Rihanna: «Chi non ama non soffre»

06 aprile 2010 
<p>Rihanna: «Chi non ama non soffre»</p>
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Lei ha l'ossessione della violenza». Lo sguardo è fisso nel mio, la voce infuriata. La sua manager, che è stata nella stessa stanza per tutto il tempo, mi fa segno di cambiare argomento. Troppo tardi. Rihanna si alza di scatto, percorre la stanza a grandi falcate, sbatte la porta e se ne va. Il mio registratore segna 25 minuti e 20 dall'inizio della conversazione. Ne erano stati concordati 40. Cominciamo dalla fine perché - lo capirete se avrete la pazienza di leggere - il modo in cui l'intervista si è svolta, e ancora di più gli eventi che hanno portato alla sua brusca conclusione, raccontano di questa ventiduenne più di mille interviste «morbide», rilassate e accondiscendenti. Raccontano che dietro la facciata perfetta - la bellezza quasi imbarazzante, i milioni di dischi venduti in tutto il mondo, l'adorazione dei fan che accorreranno a vederla cantare quando fra pochi giorni, il 16 aprile, proprio nella nostra Europa, darà inizio al suo nuovo tour - c'è una persona che dalla vita non ha avuto solo cose belle.  Già la giornata non era cominciata sotto  i migliori auspici.  Londra, ore 9.30, aeroporto di Heathrow.

La telefonata arriva appena sbarco dall'aereo, due ore e mezzo prima dell'appuntamento fissato da oltre una settimana. «Oggi Rihanna non si sente bene. Pensa sia possibile rimandare l'intervista?», dice l'agente newyorkese. Il tono è gentile, la domanda retorica. Peccato che quest'intervista, in ballo da due mesi, sia stata più volte rinviata. «Rimandare a quando?», chiedo. «Alle cinque del pomeriggio potrebbe andarle bene?». Armata solo di pazienza e del mio registratore (un appuntamento a mezzogiorno presupponeva un rientro in giornata a Milano, quindi zero bagagli), mi dispongo all'attesa a tempo indeterminato e senza certezze - se un intervistato la mattina di essere in forma, c'è poco da stare tranquilli - e non me la prendo. Primo, perché Rihanna vive nel mondo parallelo delle grandi pop star. Isolana di Barbados scoperta a 15 anni da un produttore musicale in vacanza (Evan Rogers), partita a 16 per New York, lanciata a 17 dalla Def Jam di Jay-Z (il marito di Beyoncé), che dopo averla sentita cantare l'ha chiusa a chiave nel suo ufficio fino a quando gli avvocati non hanno approntato il contratto che la vincola alla label per sei album consecutivi. I 4 finora usciti hanno fruttato 15 milioni di dischi venduti (con l'ultimo, Rated R, che ha raggiunto quota 1 milione nel tempo record di 5 settimane), tre Grammy, un numero di successi da Top Ten (SOS e Umbrella, per citarne solo due) che fra le artiste degli ultimi dieci anni è eguagliato solo da Beyoncé.  Secondo, perché Rihanna il diritto alla pazienza lo ha pagato caro. Il volto tumefatto, sfigurato dal sangue e dai lividi: era solo un anno fa quando l'impietoso primo piano di Rihanna - scattato dalla polizia di Los Angeles la sera dell'8 febbraio, a poche ore dal brutale pestaggio inflitto alla cantante dall'uomo che amava (Chris Brown, cantante di R&B, all'epoca suo fidanzato), e finito chissà come su Internet - sollevò orrore e sdegno, per la violenza subita ma anche per la dignità calpestata, tanto da portare alla proposta di una «Rihanna's Law» che in nome della privacy vieterebbe la divulgazione di immagini delle vittime di certi reati. La coppia, quella sera, era attesa ai Grammy Awards, dove lei avrebbe dovuto esibirsi. Ma, a bordo della Lamborghini di Brown, una lite tra fidanzati - scatenata dall'arrivo del messaggio di una ex sul telefonino di lui - è diventata film dell'orrore. A monosillabi, tesissima, è stata la stessa Rihanna a raccontare in una recente intervista televisiva, l'unica in cui abbia accettato di entrare nei dettagli della vicenda, di come Brown - che «aveva gli occhi vuoti, senz'anima», «non era più la persona che conoscevo e amavo» - la riempì di pugni, di morsi, le sbatté la testa contro il finestrino.

Di come lei riuscì a trascinarsi fuori dall'auto e un residente del quartiere sentì le urla e chiamò i soccorsi. Di come la famigerata foto «mi fa sentire umiliata, in imbarazzo, perché io quell'uomo lo amavo», ma «non ci sono scuse né giustificazioni per una persona che fa una cosa simile». Di come, per questo, dopo un'iniziale affrettata pacificazione, perché un amore ossessivo non è facile da troncare, lei ha rotto il fidanzamento e testimoniato contro l'ex, condannato a 5 anni di libertà vigilata (gli è proibito ogni tentativo di avvicinarla) e, forse, a una carriera finita. Di come non era la prima volta che conosceva la violenza, perché quando era ragazzina suo padre, cocainomane, «picchiava mia madre e io in camera facevo rumore nella speranza di farlo smettere: una volta le ha rotto anche il naso ma lei non è andata all'ospedale, perché la violenza domestica è qualcosa che chi la subisce non vuole si sappia». Rihanna è diversa. Lei non solo ne ha parlato in televisione. Nel disco del suo ritorno, Rated R («Vietato ai minori», uscito a fine 2009), ha inserito due canzoni - Russian Roulette e Cold Case Love - che raccontano relazioni dove la donna subisce abusi e dove il desiderio è alimentato dalla violenza. Ha detto che sono i testi più personali e autobiografici che abbia mai cantato, e che all'inizio non riusciva neanche ad ascoltarli senza piangere. Ma lo spettacolo deve continuare: Rihanna è un'industria, non può permettersi un fidanzato violento e detestato. Non può permettersi pause. Dopo otto ore di attesa, vengo condotta al suo cospetto. Ultimo piano tutto a vetrate di un hotel del centro. La prima stanza è ingombra di stand di vestiti, con almeno dieci persone intorno che parlano, provano, discutono. La seconda, dove lei mi aspetta, è quella in cui ha dormito. Vedo prima il letto, un cumulo candido di lenzuola sfatte, chiaramente abbandonate da poco. Poi vedo Rihanna, una silhouette nera che mi dà le spalle, seduta su uno sgabello davanti allo skyline di Londra. Non si volta quando entro e neanche quando ci presentano; intorno a lei ci sono tre persone che la truccheranno e pettineranno per tutto il tempo della nostra conversazione. Questa è la prima vera intervista che rilascia, dopo il fattaccio, a un giornale italiano. Unica clausola: non si può fare il nome di Chris Brown. Accendo il registratore e, per la prima volta, mentre le stanno mettendo il mascara, intravedo di sfuggita il suo profilo. Gli occhi sono chiusi.

Nel suo ultimo album è cresciuta: musica e testi sono più profondi, i toni a volte cupi. Di chi è stata la scelta di affrontare temi così «pesanti»?

«Solo mia. Fin dall'inizio, avevo chiaro in testa il sound che volevo. E, quando l'abbiamo trovato, le parole sono venute da sole».

Due canzoni parlano di relazioni sentimentali distruttive. Non sarà stato facile, per lei, affrontare l'argomento.

«È stato difficile, certo, ma questo album mi ha aiutato a venirne fuori: è stato terapeutico».

Nel video di Russian Roulette, lei appare succube di un uomo che la costringe al più pericoloso dei giochi: puntarsi una pistola alla tempia a turno e premere il grilletto. Qual è il messaggio che voleva dare?

«Si sbaglia, nella canzone la donna non è succube dell'uomo. Ognuno dei due ha esattamente le stesse possibilità di essere colpito e morire».

Eppure la donna dice: «Sono terrorizzata ma non me ne vado, so che devo superare questo test». E si contorce sul pavimento, seminuda e incappucciata, quasi fosse la vittima di uno stupro.

«Il video, come il testo, è una metafora: non parla di violenza ma di amore, della paura di essere feriti e di soffrire».

Per lei quando si ama è inevitabile soffrire?

«Lo sanno tutti che in amore è facile soffrire».

Si ferma, si raddrizza sullo sgabello, mi lancia per la prima volta un'occhiata obliqua. Poi completa la risposta.

«A lei non è mai capitato?».

In una canzone più divertente, Rude  Boy, gioca a provocare un uomo con frasi esplicitamente sessuali, tipo «Riesci a fartelo alzare?» e «Facciamo boom boom». Nessun imbarazzo?

«Per niente. È stato divertente sia scrivere quella canzone che interpretarla, mettere un uomo in mezzo, sottoporlo alla pressione del ritmo ossessivo di quelle domande. Il sesso è un gioco, e fa parte della vita».

Come si comportano gli uomini quando la vogliono corteggiare?

«Spesso sono intimiditi dalla mia fama, non sanno come approcciarmi, che reazione aspettarsi. E quindi, nel dubbio, evitano di farsi avanti».

Capita quindi che sia lei a fare il primo passo?

«Non faccio nulla: penso a divertirmi e basta».

Ha detto di non avere amiche donne.

«È vero, mi trovo meglio con gli uomini. Da piccola, a Barbados, stavo sempre con i maschi. Ho due fratelli, e ho sempre pensato che i ragazzi nei giochi si divertano di più: si arrampicano sugli alberi, fanno cose pazze, mentre le bambine stanno a casa a giocare con le bambole, una noia mortale. Ancora oggi, le uniche donne che frequento sono quelle con cui lavoro,  accetto un'amica di infanzia che veniva a scuola con me, a Barbados, e che oggi mi porto quasi sempre dietro».

Parte il rumore del phon. Lei non fa una piega mentre il parrucchiere, con una spazzola di ferro e particolare violenza, le stira la corta frangia bionda del suo nuovo taglio - un cult tra le giovanissime - coprendomi la visuale.

Ai tempi della scuola, però, ha formato un gruppo musicale con altre due ragazze.

«Quello era un gioco. Ci vedevamo per cantare nella pausa pranzo, una volta abbiamo partecipato a un piccolo concorso riservato agli studenti. Ma non era niente di serio».

Evan Rogers, il produttore che l'ha scoperta, ha raccontato di aver subito capito, vedendovi entrare nella stanza, che era lei la regina, quella con la marcia in più. Ne era consapevole?

«Non ci ho mai pensato. Non ragionavo ancora individualmente, perché ci stavamo proponendo come gruppo: siamo entrate in quella stanza solo sperando di piacergli. E invece lui ha scelto solo me».

Le ha fatto incidere un demo e l'ha portata a New York. Un cambiamento enorme, per una ragazza di 16 anni.  Qualcuno della famiglia l'ha seguita?

«No: i miei vivono ancora a Barbados».

Non sarà stato facile, da sola.

«Naturalmente è stato difficile. Ma il fatto di avere iniziato così presto mi ha aiutato a adattarmi più velocemente alla mia nuova vita».

Che cosa intende per adattarsi alla nuova vita?

Risponde a intervalli: le stanno truccando le labbra.

«Capire che cosa richiedeva il mio lavoro. Da ragazzina pensavo solo alla musica, sognavo di diventare una cantante, e di far ascoltare le mie canzoni in tutto il mondo. Non sapevo che il successo porta tante altre cose: la fama, l'immagine, gli impegni, i viaggi. Sono stata in grado di sostenere tutto questo perché la musica è ciò che amo, e mi ci sono buttata a capofitto».

Quando ha capito che il suo sogno di bambina poteva avverarsi?

«Nella mia testa l'ho sempre saputo, ma non avevo idea di come sarebbe successo. Quando Evan mi ha aiutato a fare il mio primo demo, ho pensato che avevo una possibilità. Dopo la prima telefonata della Def Jam, mi sono detta: forse ce l'hai fatta».

C'è una persona con cui ha condiviso quei momenti, quelle emozioni?

«Mia madre: con lei ho un rapporto molto stretto, e anche se non ci vediamo spesso perché viviamo lontane, ho sempre sentito il suo sostegno. Ma anche quello dei miei altri familiari, e degli amici: in una piccola isola come Barbados, avere un provino con Jay-Z è un evento».

A proposito di Jay-Z, che rapporto avete?

«È stato il mio mentore ed è un amico: lui c'è sempre quando ho bisogno, nel lavoro e nelle cose personali».

È amica anche di sua moglie Beyoncé?

«Sì, anche se ovviamente con lei non c'è lo stesso rapporto, perché con Jay- Z ho proprio lavorato insieme (quest'annohanno vinto 2 Grammy per lacollaborazione nella canzone Run This Town, ndr)».

Beyoncé è stata la star ai Grammy di quest'anno: ne ha vinti sei. C'è competizione tra voi?

Scosta parrucchiere e truccatore e perla prima volta mi guarda dritta in faccia, per qualche secondo. Lo sguardo è di quelli che fulminano.

«Nella mia carriera non ho mai guardato chi c'era a destra, a sinistra o sopra di me, ma sempre e solo davanti, cercando di fare ogni volta meglio. Se vedo Beyoncé vincere sei Grammy in una sera, sono ancora più motivata a crescere, a migliorarmi, per essere un giorno al suo posto».

A proposito di crescita: se ripensa alla Rihanna che cinque anni fa iniziò la sua carriera, quanto la vede diversa da

quella di oggi?

«Molto. Anche perché quello della musica è un mondo dove sei costretta a pensare come un'adulta, a badare a te stessa. Ma mi sono goduta ogni istante di questa evoluzione».

Se dovesse scegliere il momento più bello di questi cinque anni?

«Quando ho vinto il mio primo Grammy (per il singolo Umbrella nel 2008, ndr): non lo dimenticherò mai».

E il più difficile?

«Non ho mai pensato di mollare. Ogni carriera presenta le sue difficoltà: bisogna imparare a rialzarsi».

Che cosa le manca di Barbados?

«La mia famiglia, il sole, gli amici, il cibo. Mi capita spesso di avere nostalgia di casa, ma non ci posso fare niente».

Mi ha detto che il suo sogno di bambina era la musica. Non ne aveva anche altri? Sposarsi, costruirsi una famiglia?

«Assolutamente sì: ho sempre voluto una famiglia mia. Mia madre è l'esempio che mi ispira. È stata fantastica: vorrei tanto diventare come lei».

Che però ha cresciuto tre figli da sola, e so che suo padre vi ha fatto passare momenti difficili. Non desidera, per sé stessa, qualcosa di diverso?

«Io so perfettamente quello che voglio, e anche quello che non voglio. Ma non giudico le relazioni degli altri, né le confronto con le mie. Perché io sono una persona indipendente, e sulla mia vita decido da sola».

Furiosa, allontana le quattro mani che le stanno arruffando la lunga frangia bionda. È a questo punto che le esce quella frase: «Lei ha l'ossessione della violenza». Il resto lo sapete.

Dopo che se ne è andata sbattendo la porta, manager e agente si lanciano su di me, facendomi entrambe la stessa domanda: «Stava piangendo?».

No, Rihanna non stava piangendo. Ma forse le capita di farlo e, quando le capita, preferisce non trovarsi davanti a otto persone. Ora che ci penso, per tutta la durata dell'intervista, non l'ho mai vista sorridere. E un po' la capisco.

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