Carlo e Camilla, un amore assorbente

09 aprile 2010 
<p>Carlo e Camilla, un amore assorbente</p>
PHOTO GETTY IMAGES

Gli innamorati dovrebbero scriverla sui muri, dovrebbe venire infilata in tutti i Baci Perugina, dovrebbe essere il titolo del prossimo libro di Moccia, i nonni dovrebbero trasmetterla ai nipoti, perché una frase più romantica non c'è.
Vorrei essere il tuo tampax.
Era il millenovecentottantanove: in quel di Londra Diana era più luminosa, inquieta e (soprattutto) viva che mai. Carlo era ancora suo marito. Ma dall'altra parte della cornetta c'era già lei, c'era sempre stata lei, Camilla, quando lui (intercettato) soffiava così.
Vorrei essere il tuo tampax.

Meno virile di un pubblicitario di Mad Men, o quantomeno più sentimentale, decisamente più sfigato del sedicenne di cui sopra, lui non ha mai cercato nel sordido o nell'esotico il rimedio per quello che Freud ha consacrato come il più comune dei disturbi del comportamento sessuale, legato al calo del desiderio che inevitabilmente insidia un'unione consolidata.
No: se gli amanti e le amanti si scelgono sempre sulla scia della lusinga di una vita che nel concreto non sarebbe mai adatta a noi, Carlo di un'amante non aveva bisogno. Aveva Diana per ricordargli ogni giorno, femminile, desiderabile e smaniosa, tutto quello a cui lui, di fatto, non poteva per sua stessa natura corrispondere.
E allora niente ebbrezze da via Gradoli, più vertiginose più si fa alta l'Altezza, per Carlo d'Inghilterra. Nessun piacere per il proibito, nessuna fibrillazione per il mistero fluorescente che avvolge un corpo, quando non ci è familiare.

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