Gisele Bündchen: «Mi sveglio e mi sento benedetta»

30 aprile 2010 
<p><strong>Gisele Bündchen</strong>: «Mi sveglio e mi sento
benedetta»</p>

Qualche anno fa intervistai Victoria Silvstedt e iniziai l'articolo dicendo che la natura era profondamente ingiusta. Non avevo ancora incontrato Gisele
Bündchen
, circostanza che mi costringe a ripetermi, rincarando la dose: la natura è stronza.

Nella stanza accanto dorme («O forse no, ma è un bambino tranquillo. Lo allatto e questa è un'ottima scusa per portarmelo dietro dappertutto, cosa che mi piace molto», dice lei sorridendo) Benjamin Rein (da Reinaldo, nome del papà di Gisele. Lei aveva pensato al nome River, un fiume che scorre eterno, ma il marito le ha detto «no way»), quattro mesi.
E lei è qui, seduta sul divano a gambe incrociate, coi jeans, una maglietta grigia, una forma fisica che la maggior parte delle donne non ha avuto neanche a tredici anni, la pelle struccata ma ambrata, i capelli d'oro, gli occhi blu allegri. Simpatica e contagiosamente felice, ottimista. Ma forse, e più di tutto, evidentemente grata della piega che ha preso la sua vita. O, sarebbe meglio dire, della sterzata che lei le ha dato negli ultimi due anni.

La sua poteva essere la storia di una modella come tante: la ragazzina brava a giocare a pallavolo, che tutti chiamano Olivia perché è alta e magra e che, in gita a San Paolo con le amiche, viene fermata per strada da un talent scout con l'occhio lungo, capace di vedere, dietro quelle ossa fuori scala per una quattordicenne e quel naso con carattere («Odiavo il mio naso, mi sembrava enorme»), una potenzialità da non lasciarsi scappare.

E in effetti, dopo quell'incontro e fino a un certo punto, la sua storia è quella di una modella come tante: un secondo posto alle qualificazioni nazionali del concorso Look Of the Year, il trasloco da Horizontina a San Paolo e poi, a sedici anni, il grande salto: un biglietto di sola andata per New York. Le copertine non arrivano subito, ma arrivano. E con loro le campagne pubblicitarie, i soldi, la chiave d'accesso a una vita glam, gli incontri. Tra cui quello con Leonardo DiCaprio, che sarà il suo fidanzato per cinque anni, sempre lì sul punto di sposarsi, ma non si sposeranno mai.

Dicono quelli che di certe cose ne capiscono che ciò che fa di Gisele una super modella è la sua testa, pulita: mai un passo falso, mai un eccesso, «ma non è stato faticoso: semplicemente, certe cose non mi sono mai interessate». Anche la sua sensibilità, però: «Non ho mai confuso il mio lavoro con la mia identità. Mentre sfilavo e posavo diventavo, per il tempo necessario, un'altra persona». Sapeva che le cose che contano sono diverse, altre. E a ventiquattro anni, dopo aver trascorso un periodo con gli indigeni dell'Amazzonia «che morivano come mosche perché le multinazionali che sfruttano la foresta avevano inquinato le loro acque e le loro terre con i pesticidi e le madri venivano da me dicendo "i nostri bambini sono malati: aiutaci"», decide che bisogna fare qualcosa. E lei, con i suoi soldi e la sua faccia, che incrementa del 30 per cento le vendite di qualsiasi cosa (dai vestiti ai computer), può e deve fare più di altri.

È qui, e non nell'ennesima cover di Vogue America, che la storia di Gisele svolta e prende una strada che la porta, a quasi trent'anni, a vendere la casa di New York e trasferirsi a vivere a Boston perché Tom Brady, quarterback dei New England Patriots e suo marito dall'anno scorso, lì vive. Dice che di New York non le manca niente, che Boston ha una dimensione che più le assomiglia, umana.

Non ha smesso di lavorare e non lo farà (la notizia della sua pensione anticipata è stata frutto di un misunderstanding linguistico durante una conferenza stampa in Brasile e in brasiliano: qualcuno ha capito male e la notizia ha fatto il giro del mondo), ma al momento si occupa praticamente a tempo pieno di suo figlio, del suo sito, dei suoi progetti ambientali e della sua nuova linea di cosmetici Sejaa, tutta naturale, attraverso la quale cerca di spiegare alle donne che la bellezza è volersi bene, non è una misura centimetro alla mano o un canone. Lei che quei canoni ce li ha proprio tutti.

 

Ha una linea perfetta. È stata a dieta durante la gravidanza?

«No, assolutamente. Stavo solo molto attenta all'alimentazione perché mi rendevo conto che stavo mangiando anche per Ben, che non poteva scegliere. Era responsabilità mia dargli cibi salutari e nutrienti, per farlo nascere sano. Ho fatto molta ginnastica, ma non per la linea: per produrre endorfine e regalargli un po' di benessere extra».

Ha scelto di partorire a casa: com'è stato?

«Bellissimo. Capisco perfettamente perché molte donne si sentano più tranquille a partorire in ospedale: alcune gravidanze sono difficili e non ci si può fare nulla. Ma io ho avuto una gravidanza molto facile, e la mia ostetrica mi aveva detto che non correvo alcun rischio. Non avevo paura: il mio corpo, il corpo delle donne, è fatto per partorire. E poi ero così elettrizzata che non sentivo neanche il dolore. A ogni contrazione non pensavo "oddio adesso fa male", ma "sta arrivando, lo vedrò finalmente". Dipende da che punto di vista guardi le cose, da come incanali le energie. E non soltanto nel parto, ma in qualsiasi cosa della vita. Se ti orienti verso cose positive, il buono arriva; se pensi male, tutto è brutto. Per qualcuno un giorno di pioggia può essere meraviglioso, per qualcun altro un disastro».

Come decide da che punto di vista guardare le cose?

«Io so che posso scegliere. Non solo io: anche lei, chiunque. Possiamo svegliarci al mattino e decidere che il nostro bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto. Se mi sveglio arrabbiata, porto quella rabbia nelle cose e inconsciamente le trasformo. Io apro gli occhi e penso che sono grata di averli aperti, che con quegli occhi vedo, che con questa bocca parlo, che ho il cibo, che sono sana, che mi circonda una meravigliosa famiglia, che fuori di casa non ho la guerra. Potrei dare tutto per scontato, ma è un errore che porta all'infelicità. Io mi sveglio e mi sento benedetta».

Si svegliava così anche da bambina?

«Sono cresciuta in una famiglia numerosa, ho cinque sorelle. Per noi dividere è normale, non ho mai pensato che ci fosse qualcosa di mio e basta. La tavoletta di cioccolato si divideva sempre in sei pezzi, non avevo vestiti nuovi, ma solo quelli ereditati dalle mie sorelle grandi. Non ho mai sviluppato un senso di attaccamento verso le cose materiali. E poi, più tardi, non ho mai pensato che il mio successo, il mio valore, dipendessero da quante cose possedevo».

Che cos'è, per lei, il successo?

«Se sono felice vuol dire che ho successo; se sono infelice, a che cosa serve la vita? Puoi comprare tutto, ma nessuno potrà mai venderti la felicità. E nessuno te la può nemmeno regalare: sei tu che la devi trovare dentro di te. Nella mia ormai lunga carriera di modella, a contatto con un mondo apparentemente brillante, ho visto moltissime persone che possedevano tutto ed erano, nonostante questo, profondamente infelici. Ho visto persone - persone gelose della felicità del prossimo - fare deliberatamente male agli altri. Anche se avevo solo quattordici anni, mi chiedevo: "Perché?". E mi dicevo che io non sarei mai diventata così. Non tutto si può scegliere, ma lo stato d'animo con cui affrontare le cose sì, quello lo puoi scegliere sempre».

La felicità, quindi, è una scelta?

«Assolutamente. Sbagliamo se pensiamo che possa essere qualcun altro a renderci felici. Mettere in mano altrui una variabile così preziosa ci impoverisce e ci rende vulnerabili. Il timone della mia vita sta in mano mia. È una scelta quotidiana e consapevole, quella di vedere il bicchiere mezzo pieno. Tanta gente vive, lavora, si agita e non si ferma mai a riflettere. O, se riflette, si pone la domanda sbagliata: tu che cosa pensi di me? Ma non importa quello che penso io, conta quello che pensi tu. Se sei preoccupato del "fuori", non vedi ciò che sta dentro. I meriti e le colpe non sono di nessun altro».

È da questa consapevolezza che nasce il suo impegno nei confronti dell'ambiente?

«Certo. Io non posso essere responsabile solo di me, rispondo anche di ciò che mi sta intorno: è questo l'insegnamento più importante che voglio passare a mio figlio. Sono cresciuta in un posto dove, se avevo fame, bastava che allungassi un braccio e prendessi un frutto dall'albero. Passavo le estati dai miei nonni, che erano contadini, e mungevo le mucche, prendevo le uova dalle galline. Crescere così è bellissimo perché sai che è la natura che ti dà il cibo, conosci la fatica che ci sta dietro e apprezzi ogni cosa, sai che, se non dai il fieno alla mucca, lei non farà il latte. La maggior parte delle persone non ci pensa: va al supermarket, compra, paga. Se non hai contatto con la natura, non capisci che devi rispettarla. Siccome io invece quel contatto l'ho avuto, penso di dover fare qualcosa per renderne consapevoli anche gli altri. Qualunque cosa».

Compreso firmare una linea di infradito: le Ipanema Gisele Bündchen.

«Lavoro da otto anni con Grendene, l'azienda che le produce, e abbiamo obiettivi comuni. Dopo aver conosciuto da vicino la situazione drammatica degli indigeni dell'Amazzonia, mi sentivo impazzire. Sapevo che dovevo fare qualcosa per loro, e però mi sembrava che ogni sforzo fosse irrisorio: potevo raccontare la loro storia sul mio sito, ma quanta gente lo avrebbe visto? Mai abbastanza per me. Così ho pensato che le mie flip-flop - in Brasile ne vendiamo milioni - potessero diventare il mezzo per creare consapevolezza rispetto ai temi che sento importanti. E ho proposto di legarle ogni anno a una ben precisa causa benefica. Per far conoscere, dare una voce a chi una voce non ce l'ha».

Come sceglie i progetti da sponsorizzare?

«Prima di tutto devono essere molto seri: mi assicuro prima e personalmente che i soldi vadano dove devono andare. E poi, come sempre, le cose succedono per incontri, per coincidenze. L'anno scorso ero nella nostra casa in Costa Rica quando ho assistito a uno spettacolo desolante: le tartarughe marine giganti, una specie in via di estinzione, facevano a malapena in tempo a deporre le uova sulla spiaggia che la gente del posto le catturava per farne zuppa. Non è colpa loro, non sanno il danno che questo provoca, ma io urlavo, cercavo di fermarli fisicamente, sembravo una pazza. E così, al momento di decidere dove devolvere i soldi quest'anno, ho chiesto che fossero destinati alla protezione delle tartarughe marine. Abbiamo trovato la Fondazione Tamar, che opera in questo senso in Brasile, e la finanzieremo. Ogni progetto è qualcosa che fa breccia nel mio cuore, e che in qualche modo è legato all'acqua, principale fonte di vita per la Terra: ci vuole un secondo per tagliare un albero, e ci vogliono invece quattro anni perché, dopo averlo piantato, possa crescere autonomamente».

Perché quello sulla coscienza ambientale è un messaggio così difficile da far passare?

«Penso ci sia tanta cattiva informazione. Quando leggo di scienziati convinti che il riscaldamento globale in realtà non esista, mi chiedo questa gente dove viva: non vedono forse che piove dove e quando non dovrebbe? Che in Brasile abbiamo i tornado e non li avevamo mai avuti prima? Quando le Nazioni Unite mi hanno chiesto di diventare ambasciatrice delle cause ambientali, ho detto: "D'accordo, però permettetemi di fare qualcosa"».

Il fatto di essere madre ha reso più forti queste sue convinzioni?

«Sicuramente. Non avevo mai davvero creduto che diventare madre potesse cambiarmi, eppure è successo. Oggi voglio che i miei figli e i miei nipoti possano godere del mondo allo stesso modo in cui ne ho potuto godere io. Che possano respirare aria pulita, bere acqua pura. Se continuiamo così, però, non so che cosa succederà. Noi magari non ci saremo più, ci estingueremo come i dinosauri, mentre il pianeta troverà un modo per sopravviverci. Dobbiamo smettere di riempire di armi la Terra. Perché, comunque vada a finire, la guerra la perderemo noi».

 

Su Vanity Fair n. 16 2010

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RISULTATI
Giulia 79 mesi fa

L'altra notte l'ho sognata (Gisele) talmente che condivido la sua causa ambientale e che ammiro il suo stile di vita...

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