Sebastian Vettel e Mark Webber: «Non siamo amici»

05 luglio 2010 
<p>Sebastian Vettel e Mark Webber: «Non siamo amici»</p>
PHOTO GETTY IMAGES

L'incontro con Sebastian Vettel è tutt'altro che marziale. Con gli occhi coperti da una mascherina da aereo, tenta di indovinare alcuni brani che la radio spagnola gli fa ascoltare. Ride di gusto, dice che ama la musica (canzone: Run for your life) e che il suo sogno è guardare il Tour de France in Tv seguendo la gara su una mountain bike indoor, montata nel salotto di casa. Oltre, ovvio, a diventare Campione del mondo.

Diventa serio solo alla domanda sul recente pasticcio con Webber. I due al Gp di Turchia dominavano, ma Vettel ha tentato di superare Webber e si sono scontrati tra loro, perdendo entrambi.

La competizione ha preso il sopravvento. I vostri rapporti si sono raffreddati?
«Non è stato bello da vedere, lo capisco, ma non possiamo tornare indietro. Ora comunque è tutto a posto».

Mark è un avversario reale per il titolo?
«
Certo, guida la mia stessa auto, la migliore. E io conosco i suoi pregi e i suoi difetti come nessuno. Può vincere».

Lei dà sempre il nome di una donna alle sue auto. Come li sceglie?
«Come si sceglie, almeno credo, il nome di un bambino. Lo guardi e decidi che nome merita. Ma non userò mai il nome di Hanna, la mia ragazza: come potrei, poi, prenderla a calci ?».

Le capita di provare paura in pista?
«A tutti i piloti in realtà capita di avere paura. Ma a differenza di chi guarda, noi sappiamo cosa succede. Per me la paura è qualcosa di diverso... ad esempio, ho paura dei topi».

La paragonano a Schumacher, ma lei sorride di più. Non è mai stressante tutto questo?
«Mai. Ovvio che rido, sono in Formula 1! Davvero ancora non ci credo».

Con Mark Webber il dialogo è di tenore diverso. Con 8 anni di esperienza in F1, un impegno nel no-profit che in Tasmania, nel 2008, gli è costato un brutto incidente in bicicletta simile a quello recente di Valentino Rossi, e una moglie-manager, Ann, a cui dice di dovere tutto («Se non fosse per lei, forse sarei a pascolare pecore»), Webber ha l'aria matura di chi ha lottato, e ora vuole raccogliere.

Lei e Vettel potreste definirvi amici?
«Siamo compagni, ma non è un rapporto "paterno", fatto di consigli e così via, siamo troppo diversi. Io sono nato nel bush australiano, lui in Europa, non so bene dove. E poi c'è l'età».

Dieci anni sono così tanti?
«
Un'eternità. Lui è di un'altra generazione, è figlio della tecnologia, in sintonia totale con qualsiasi dispositivo elettronico».

E il pregio di Mark Webber?
«Io sono costante».

L'articolo completo lo trovate sul numero 27 di Vanity Fair, in edicola il 7 luglio.

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