Michael Douglas: «Scusi, non ho tempo»

12 ottobre 2010 
<p>Michael Douglas: «Scusi, non ho tempo»</p>

Michael Douglas dice che le cose sono cambiate. Che adesso è solo un papà che sta a casa a badare ai suoi due figli mentre sua moglie, Catherine Zeta-Jones, fa otto spettacoli la settimana a Broadway. Dice che oggi per lui una squadra di football come i New York Jets conta più degli Oscar. Che i suoi giorni nell'occhio del ciclone sono finiti. Che sta prendendo la vita con più calma. Poi ti capita di trascorrere un po' di tempo con lui. E scopri che la sua vita non è tutta sorrisi. Non lo è mai stata. Un figlio in carcere. E a lui trovano un nodulo alla gola. Le cose non sono cambiate. Ma adesso il tempo è più prezioso.

Esce dall'ascensore del suo condominio a Central Park West, sfoggiando la sua regale zazzera, protagonista di tante foto milionarie. È grigia, ma per il resto appare gloriosamente intatta. «Recito molto coi capelli», scherza. Indossa un elegante abito grigio, con la camicia bianca e la cravatta azzurra. A 66 anni, Michael Douglas è parsimonioso nei movimenti; più che camminare, sembra scivolare sul pavimento. Seguito dal suo assistente, Allen, e dal suo autista, Thomas, si siede sul sedile posteriore di un Suv nero. Ha una cartella con gli appunti del discorso sul disarmo nucleare che deve tenere nella sede dell'Onu. «Spero non le dispiaccia se do un'occhiata a questi fogli», dice per scusarsi. «Sono sempre un po' nervoso prima di parlare con queste persone».

Quindi fa una telefonata a casa.

«Come sta? Meglio? Richiamo dopo».

Almeno per un minuto, il discorso all'Onu sembra dimenticato. «Mio figlio ha problemi con i compiti di matematica», spiega. «Ha dieci anni. Non gli piace la scuola. Se gli chiedi quale sia la sua materia preferita, ti risponde "la ricreazione". Qualche volta, quando deve fare i compiti, gli viene il mal di pancia. Anche a me veniva, quando dovevo recitare».

Non è un momento facile per lui sul fronte familiare. Le sue capacità di genitore sono state duramente criticate da quando suo figlio maggiore, Cameron, 31 anni, è stato arrestato, nel 2009, e messo in carcere in aprile per traffico di droga. Douglas è stato definito un padre assente e  criticato per aver cercato di intromettersi nelle vicende giudiziarie del figlio, inviando lettere al giudice per chiedere clemenza (ha funzionato, comunque, visto che Cameron si farà cinque anni, invece dei dieci raccomandati dalla sentenza). E poi ci sono le cure per il cancro alla gola: due dolorosi mesi di chemio e radioterapia. Che non lo hanno dissuaso dal tenere fede ai suoi impegni di lavoro (la promozione di Wall Street 2) e alle sue cause.

Raggiungiamo le Nazioni Unite. «Michael, che piacere rivederti», lo saluta il  segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon. «Grazie per essere venuto». Si abbracciano. L'attore viene condotto in una stanza con le pareti tappezzate di immagini raffiguranti devastazioni nucleari. Ascolta delegati ungheresi e indonesiani parlare in «burocratese». Si fa silenzioso.

«Mio padre aveva un rifugio antiatomico nel suo giardino in California», dice con voce controllata. «Da allora, l'incubo delle armi nucleari mi ha sempre perseguitato. Non vedo perché i nostri figli dovrebbero portare lo stesso fardello». La folla lo ascolta per 5 lunghi minuti. Espone dati statistici come un secchione della politica, magari un po' più bello degli altri. Quando finisce, tutti applaudono. Lui ringrazia e lascia il palco. Torniamo alla macchina.

Michael ha trascorso una vita a vedere le proprie conquiste offuscate dagli exploit di suo padre, Kirk Douglas, il quasi novantaquattrenne più virile del mondo. Ormai ha 66 anni, ha vinto due Oscar, ma «Come sta suo padre?» è la prima domanda che la maggior parte degli intervistatori (me compreso) gli rivolge.

Kirk oggi è anziano e la gente sembra aver dimenticato i suoi lati più spigolosi - era una testa calda con cui era difficile lavorare - e il fatto che abbia trascorso ben poco tempo con i suoi quattro figli: Peter, Eric, Joel e Michael, il più grande. Nel periodo scolastico, Michael viveva e studiava in collegio. Andava a trovare suo padre sul set, e  quelle visite non gli facevano venire alcuna voglia di seguire la vocazione di famiglia. «Già allora mio padre era uno che si arrabbiava facilmente. Lavorava troppo, girava almeno cinque film l'anno. Io cercavo di non intralciarlo».

Poi, però, Michael cambiò idea sull'idea della recitazione. Il suo debutto di attore fu in una produzione di Molto rumore per nulla, all'università. Alla prima invitò Kirk. Dopo lo spettacolo, gli chiese un giudizio sulla sua interpretazione, e papà lo stroncò con un'unica parola: «Pessima». Ma Kirk continuò ad assistere alle performance del figlio. Dopo la seconda, una commedia con solo due personaggi, Michael gli chiese di nuovo un commento. «Allora gli dissi: "Michael, sei stato grandioso"», ha ricordato di recente Kirk. «E da quel giorno in poi, Michael è stato grandioso in qualunque ruolo abbia interpretato».

L'articolo completo sul numero 41/20010 di Vanity Fair, in edicola il 13 ottobre 2010.

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