Carla Bruni: «Non baciarmi, stupido»

01 febbraio 2007 
<p>Carla Bruni: «Non baciarmi, stupido»</p>

Un'infiltrata, una che è stata top model per caso e ora fa la chansonnière, ma in realtà appartiene a un altro mondo. Questa è l'impressione che si prova di fronte a Carla Bruni nel salone di casa sua, con il fuoco del camino acceso e Mizzi che ti fa le fusa sulle ginocchia. «Vuole che la rinchiuda in cucina? Quella gatta è troppo sfacciata», mi dice Carla, padrona di altri due mici, di un cane e della casa in mezzo agli alberi. Non avrei immaginato che, a poche centinaia di metri dalla Torre Eiffel, potesse esistere una stradina di campagna che i tassisti non conoscono, e che non è nemmeno segnalata sulle carte di Parigi. È qui ch e vive Madame Bruni Tedeschi, ed è in questo luogo molto protetto che riceve Vanity Fair per il tè delle cinque della domenica successiva all'uscita di No Promises, il suo nuovo disco, questa volta cantato in inglese, in vendita dal 12 gennaio. Steinway a coda e sculture rococò, specchiere dorate e librerie stracolme. Il disordine tipico delle case degli intellettuali di sinistra fa da cornice a una chiacchierata che non riesce a prendere il ritmo di un'intervista. Sarebbe più naturale sorseggiare il tè parlando di niente, come si addice a una signora nata nel quartiere della Crocetta a Torino e cresciuta nel 16° Arrondissement di Parigi. E invece lei, la fi glia del compositore di musica dodecafonica Alberto Bruni Tedeschi e della pianista classica Marysa Borini, si concede al nostro giornale per amore del suo nuovo cd. Sono passati quattro anni dall'album del debutto, Quelqu'un m'a dit, che ha venduto nel mondo oltre un milione di copie. E in questo intervallo Carla ha vissuto un dolore profondo, la perdita del fratello Virginio, morto lo scorso luglio dopo una lunga malattia: a suo nome è stata istituita la Fondazione Virginio Bruni Tedeschi, cui andranno i ricavati dell'asta che si terrà il 21 marzo a Londra, e dove sarà venduta la collezione paterna di 350 fra dipinti, opere d'arte e mobili. Prima di assoggettarsi all'esercizio della domanda e della risposta, la Bruni si sfila un pullover di cashmere informe: alle soglie dei quaranta, che compirà il 23 dicembre, in top succinto e leggings attillati, sembra ancora la mannequin che abbiamo visto per anni in passerella.

Uscire allo scoperto dopo anni di solitudine non le fa un effetto strano?

«Stranissimo, soprattutto perché non riesco a controllare questa sensazione di paura e di piacere».

Paura di che?

«Di deludere. Io sono assolutamente incapace di giudicare quello che faccio. L'unico confronto vero è quello con il pubblico. Se il disco non piacesse, vorrebbe dire che ho buttato quattro anni di lavoro».

Per questo ha scelto il titolo No Promises? Non ci promette niente?

«Il titolo mi somiglia per vari motivi. "Prometti di non farmi promesse", scriveva Christina Rossetti, poetessa inglese dell'Ottocento, che ha prestato le parole alla quinta canzone del disco. Trovo questa frase molto umile e molto forte, applicabile a diverse situazioni. Si può dire all'uomo che si ama, ma anche a qualcosa che si è creato, a cui si è affezionati».

Della paura mi ha parlato. E il piacere?

«Lo provo nell'espormi. In questa strana forma di esistenza che è quella delle persone celebri: subiscono l'assalto dei media e ricevono in cambio rassicurazioni, interesse. L'intervista mette nero su bianco le tue parole, è un antidoto alla solitudine, all'indifferenza. Ma è anche un atto pericoloso, che ti può tradire. L'immagine pubblica non si controlla, ti può sempre sfuggire di mano. Per questo, se non ho un buon motivo, non metto in moto la macchina mediatica: per evitare di finire in situazioni diaboliche, che ti deformano, si appropriano della parte peggiore di te».

E le imitazioni di Fiorello? Qualcuno dice che la fanno molto arrabbiare.

«Non è vero. Adoro Fiorello. Sono fiera di avere lo spessore necessario per ispirare un personaggio come lui. Essere imitati è bellissimo, è un abito tagliato su misura intorno alla tua personalità. Una haute couture fantastica. Oltre a farmi ridere, mi lusinga: è un irresistibile massaggio all'ego».

Ma essere chiamato cabochon, cioè, in francese maccheronico, «capoccione», non ha infastidito il suo compagno?

«No, si diverte. E poi siamo in democrazia. Non ci permetteremmo mai di criticare un'imitazione, anche se ci prende in giro».

Ecco che il cabochon, cioè il filosofo Raphaël Enthoven, rientra a casa con Aurelien, il fi glio della coppia: 5 anni, gli occhiali tondi sul naso e una gran voglia di stare con la mamma.

Osservandola, si ha l'impressione che nella vita avrebbe potuto fare altro. Oppure si sarebbe potuta accontentare di fare l'ereditiera.

«Sono una che ci prova, che coglie le opportunità. Se credo di saper fare qualcosa la faccio, ne approfitto. È stato così per la mia carriera di modella. "Sentivo" che sarei piaciuta alla gente della moda, e soprattutto alle agenzie. Ci ho provato e ha funzionato. Ho trovato un filone e l'ho sfruttato fino in fondo».

Lei è una che non molla?

«Mi abbarbico alle cose. Sono una persona tenace, che va incontro alle opportunità offerte dalla vita con coraggio e determinazione».

Ma non ha applicato lo stesso principio agli studi. Lei ama l'arte, la poesia: perché ha scelto come mestiere la modella?

«C'erano ventiquattro fermate di metropolitana fra casa mia e la facoltà di Arte e Architettura dell'Università di Tolbiac. L'agenzia City mi offriva una carriera facile, una montagna di soldi, la possibilità di viaggiare. Ho scelto la strada più facile».

Però in quegli anni si è fidanzata con un intellettuale come Arno Klarsfeld, ha frequentato ambienti culturalmente impegnativi.

«Non mi sono mai piaciuti gli uomini stupidi. E l'intelligenza applicata alla cultura mi ha sempre affascinato. Non potrei vivere con un ignorante».

Come si trova nell'ambiente di filosofi e di politologi che frequenta attraverso il suo compagno?

«Non li frequento molto. Non sono mondana, esco pochissimo, non più di una volta al mese. A casa ricevo solo gli amici veri. Cerchiamo di separare la vita professionale da quella privata».

Eppure la sua vecchia casa a Saint Germain-des-Prés è stata un salotto importante per il Partito Socialista.

«Gli anni a Saint-Germain sono stati molto particolari. Mi sono rifugiata lì quando ho smesso con il mestiere di modella e ho conosciuto il vuoto, la solitudine. In quella casa è nato mio figlio e in quella casa ho realizzato il mio primo album».

Perché ha traslocato?

«Mi piacciono il verde, il silenzio. Abitare nel centro di Parigi vuol dire sopportare il traffico, il rumore. Non amo vivere in mezzo al casino. E poi questa era una casa che conoscevo, ci abitava una coppia di amici. Mi era sempre piaciuta».

Voterà per Ségolène Royal alle Presidenziali francesi?

«Sono ancora italianissima, non voto in Francia. Trovo molto interessante che  Ségolène sia donna: una donna seducente, molto mediatizzata, molto fotografata. Non sono certa, però, che questi politicamente siano punti di forza».

Come ha fatto a passare dalla vita eccitante e movimentata della top model a questa silenziosa solitudine?

«Sono una sedentaria. E il vuoto non mi spaventa. Penso che la creatività abbia bisogno di nutrirsi di ritmi calmi, di banali abitudini. La modella va sempre avanti e indietro sugli aerei, ha bisogno di energia fisica, di resistenza alla fatica, ma non è responsabile di niente. Non le viene richiesta alcuna partecipazione intellettuale. Si ritrova al centro di un sistema creativo senza creare nulla».

Vuol dire che ha vissuto senza pensare per dieci anni?

«No, voglio dire che pensavo ai fatti miei. Per esempio, ho letto moltissimo, ho ascoltato montagne di musica, soprattutto durante i viaggi. Scrivevo per me piccole frasi che infilavo in tasca. Era come se mettessi da parte qualcosa che mi sarebbe servito in seguito».

Come scrive le sue canzoni?

«A volte comincio a comporre e mi viene bene al primo colpo, altre volte cerco di migliorare con piccoli tocchi la prima stesura. Non è difficile».

Ma non ha passato mesi a leggere poeti inglesi? Non è andata a rispolverare sonetti medievali?

«Certo, ma quello non è lavoro. Diciamo che da un momento di grande piacere è nata la voglia di creare canzoni».

Pensa che suo padre, morto undici anni fa, approverebbe? Il suo secondo album è molto più intellettuale del primo.

«Quattro accordi? Do maggiore con due alterazioni? Non credo sarebbe contento. Diceva che i Beatles o i Rolling Stones fanno musica tribale. Si figuri che cosa direbbe di me».

E il suo ex fidanzato Mick Jagger è soddisfatto del suo lavoro?

«Ex fidanzato! Non esageriamo, è stato soltanto un flirt. Comunque, mi fa sempre tanti complimenti. Dice che sono brava, che mi applico».

Magari il prossimo disco sarà ispirato alla musica di suo padre?

«Mi pare difficile. Le composizioni di Alberto Bruni Tedeschi non si suonano con la chitarra, ci vuole un'orchestra, con strumenti particolari. Troppo complicato: meglio lasciar perdere».

L'impegno nella promozione di No Promises la aiuta a superare la perdita di suo fratello Virginio?

«Il dolore resta, però sì, tutto questo mi aiuta. Le interviste, i passaggi in Tv, i viaggi occupano spazio nella mia testa, aiutano a non pensare. Anche per questo la ringrazio di essere venuta a trovarmi».

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