Louis Garrel: «Per la nostra angoscia servono 155 pisicoanalisti»

14 giugno 2010 
<p>Louis Garrel: «Per la nostra angoscia servono 155
pisicoanalisti»</p>

La sua voce arriva da una stazione. «Sto prendendo un treno, la prego di scusarmi se tutto non è filato liscio come volevo», mi dice Louis Garrel, riferendosi alle peripezie che hanno preceduto questo incontro telefonico, con appuntamenti presi e poi annullati all'ultimo momento. Il suo produttore mi ha detto che sta andando a un funerale, ma la voce che sento non è triste. Parlare del suo Petit tailleur, il film di 45 minuti che ha raccolto molti applausi all'ultimo Festival di Cannes, dove è stato presentato nella sezione  Quinzaine des Réalisateurs, è un esercizio che fa molto volentieri, e con entusiamo.

Figlio d'arte - suo padre è Philippe Garrel, 62 anni, attore e regista di successo, mentre sua sorella Esther sta anche lei avviandosi nel cinema, e ha appena interpretato il primo film diretto da Valeria Golino - e compagno di Valeria Bruni Tedeschi, Louis è sempre più amato dal nuovo cinema d'autore. Merito della sua interpretazione nei film di Christophe Honoré (Ma mère, con Isabelle Huppert), ma anche di The Dreamers - I sognatori, con cui Bernardo Bertolucci lo ha scoperto nel 2002, inserendolo in una storia di erotismo e politica adolescenziali.

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«Ero stufo di vederla recitare parti da adolescente. La conosco da quando eravamo piccoli, e so che la sua adolescenza è finita da tempo. Avevo voglia di renderla donna, di emanciparla, dandole dei contorni femminili complessi. Nel mio film è una donna molto libera nel proprio modo di concepire i rapporti di coppia».

Lei ha lavorato con quasi tutte le giovani attrici francesi, da Laura Smet a Chiara Mastroianni. Tutti voi sembrate esprimere una grande angoscia esistenziale: come mai? 
«Ha ragione, somigliamo a un gruppo di vecchi tristi, anche se non abbiamo ancora compiuto trent'anni. Ci vorrebbero 155 buoni psicoanalisti per poter guarire l'angoscia della giovane generazione di attori francesi. Il nostro è un cinema che si nutre di quella malinconia, tipica di un certo teatro. Ci divertiamo a farci del male». 

L'intervista completa sul numero di Vanity Fair in edicola dal 16 giugno.

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