Riccardo Scamarcio: «Wu Wei (e io mi sposto)»

10 marzo 2010 
<p>Riccardo Scamarcio: «Wu Wei (e io mi sposto)»</p>
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Il tai-chi-chuan e l'arte di essere Riccardo Scamarcio. Nel corso di questa intervista, al Ritz di Berlino all'indomani della applauditissima «prima» di Mine vaganti di Ferzan Ozpetek, Scamarcio ha citato più volte l'arte marziale cinese e mi ha anche mimato qualche mossa, per spiegare, per spiegarsi.

Un motivo ci sarà, mi sono detta. Infatti c'è. L'ho trovato su Wikipedia, dove si dice che il principio fondamentale del tai-chi-chuan è il Wu wei, espressione intraducibile che - più o meno - significa «non agire, e farlo con consapevolezza, perché spesso è più difficile non fare e lasciare che le cose seguano il loro corso naturale, invece di ostinarsi a cambiarle».

Riccardo ha da poco compiuto trent'anni - il 13 novembre scorso, nove giorni dopo la fine delle riprese di questo film - e dice che è cambiato, che questo giro di boa del decennio lo sente e lo vive come un momento di crescita cruciale. Molto tempo fa, in un'altra occasione, l'avevo incontrato a una cena e mi aveva colpito la sua rabbiosa sincerità. Mi disse, persino, che il film che stava promuovendo in quel periodo non gli era piaciuto per niente, cosa che mi parve coraggiosa ma anche un po' scriteriata. Glielo ricordo. Lui sorride, alza le spalle. È sempre bello e arruffato, ma quel ridicolo aggettivo da romanzo d'appendice -  «tenebroso» -  gli si addice sempre meno.

Le è piaciuto Mine vaganti?

«Sì, è un film riuscito. Io sono uno spettatore molto esigente, il cinema che mi piace lo vedo sempre meno, e quasi mai è il cinema che mi capita di fare. L'essere coinvolto, poi, mi impedisce di essere obiettivo, nel bene e nel male. A volte sono clemente verso me stesso, a volte esageratamente spietato. In questo caso sono contento».

Facciamo un po' di promozione. Perché vale la pena vedere il film?

«Perché è una lezione di tolleranza. E in questo Paese, bloccato dalla paura verso tutto ciò che è fuori dalle cosiddette regole, ce n'è davvero un gran bisogno».

Mine vaganti esce il 12 marzo ma la sostanza la conoscono già anche i sassi: lei e Alessandro Preziosi, notoriamente eterosessuali, interpretate due fratelli omosessuali. Che cosa ha imparato sui gay?

«Intanto ho imparato a riconoscerli, anche gli insospettabili. Prima ero incapace, adesso non me ne scappa uno. Frutto delle lezioni di Ferzan. Ci siamo divertiti sul set, ci si chiamava al femminile, "quella pazza", "quella cretina". L'ironia e l'autoironia sono un'arte per i gay. Forse perché ognuno di loro ha fatto fatica ad affermare quello che è. Così, sanno vivere la loro condizione con leggerezza. E la leggerezza fa bene anche a chi sta intorno a loro».

Un idillio.

«Mica da subito. Il primo giorno io e Ferzan abbiamo avuto una litigata furibonda, mentre Domenico (Procacci, il produttore, ndr) cercava di mettere pace. Ho seriamente pensato di mollare il set, non mi era mai capitato. Poi, è andata bene».

Nel film lei è un omosessuale che si sforza di non darlo a vedere perché la famiglia non deve sapere. C'è solo una scena in cui balla davanti allo specchio, un po' come Kevin Kline in In & Out, e si scatena.

«Scena difficilissima. Volevo morire per l'imbarazzo. Ho fatto uno sforzo sovrumano per essere credibile. Spero che il pubblico apprezzi».

Chi riceveva più richieste di autografi quando giravate il film a Lecce? Lei o Preziosi?

«Io. Probabilmente perché sono pugliese, giocavo in casa».

Suo padre ha visto il film?

«Non ancora. Non so come reagirà, ma certo non gli prenderà il coccolone come a Ennio Fantastichini, mio padre nel film. È un uomo molto aperto ed è contento del lavoro che faccio».

Vi somigliate?

«Sì, ma lui è molto più alto di me. Uno e novanta, sembra un croato, non un italiano. Adesso ha 56 anni, gli hanno sempre detto che somiglia a Terence Stamp».

Nella vita, lei è mai stato corteggiato da un uomo?

«Mai. Non sono il loro tipo. Troppo poco muscoloso».

Ha presente i pettegolezzi su George Clooney? Secondo lei se un attore è gay fa bene a tenerlo nascosto?

«Ricorda Rupert Everett? Fece coming out e gli studios lo bollarono a vita. Rispetto all'omosessualità, ci sono Paesi più tolleranti e altri meno. L'ambiente del cinema è molto aperto se si parla di vita privata, ma il mercato può essere molto ipocrita».

Una ventina di film dopo, dove è finito lo Scamarcio di Tre metri sopra il cielo, l'idolo delle adolescenti, colpito da improvviso successo?

«È sempre dentro di me. Certo, sono cresciuto e cambiato. Ma voglio mantenere la mia capacità di stupirmi. Non riusciranno a farmi diventare uno che si comporta male perché "tanto lo fanno tutti", perché "tanto che sarà mai?". Non riusciranno a farmi diventare uno stronzo».

CONTINUA

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