Giovanna Mezzogiorno: «Un figlio? Non vedo l'ora»

30 marzo 2010 
<p>Giovanna Mezzogiorno: «Un figlio? Non vedo l'ora»</p>

Maglione di lana a collo alto a strisce arancioni, jeans e scarpe basse, neppure un filo di trucco. Guardo Giovanna Mezzogiorno e fatico a conciliarla con il luogo in cui mi ha dato appuntamento, a Roma: una sala affrescata dell'hotel Majestic, tra mobili d'epoca, argenteria e porcellana per il caffè del mattino.

Lo sguardo è meno inquieto e diffidente di quello che ricordavo dalla prima volta che l'ho incontrata, tre anni fa. Il viso è più rotondo, i lineamenti più rilassati. La ragione del cambiamento, sospetto, è riassunta nel sottile cerchio d'oro che porta all'anulare sinistro: Giovanna Mezzogiorno si è sposata.

Si è sposata lo scorso 31 ottobre (pochi giorni prima di compiere 35 anni) con Alessio Fugolo, piemontese, di professione tecnico del cinema, e si è sposata in gran segreto, perché è sempre stata una persona molto riservata. Ma non abbastanza riservata da nascondere che l'amore, incontrato improvvisamente poco più di un anno fa, le ha cambiato la vita. La sua reputazione di persona perfezionista e tormentata - anche sentimentalmente: dopo la fine di un fidanzamento con Stefano Accorsi, durato quattro anni, diceva di essere stata spesso una vittima in amore - contrasta con la donna adulta e pacificata che mi trovo davanti.

La sensazione è quella di un cerchio che si è chiuso. E a farlo chiudere ha contribuito sicuramente la partecipazione a Negli occhi, un documentario su suo padre, il grande Vittorio Mezzogiorno.

Se dovesse descrivere l'ultimo anno che ha vissuto, quale aggettivo sceglierebbe?

«Entusiasmante. La vita ti sorprende sempre: puoi scavarti il tuo angoletto dove stare a riparo dalle emozioni, ma alla fine ti scova, ti regala cose, ti mette alla prova».

A lei è capitato spesso di mettersi a riparo dalle emozioni?

«Dopo anni di traumi e problemi anche familiari, ho spesso avuto voglia di normalità e banalità, pur di non trovarmi in un ciclone permanente. Poi è arrivato questo incontro, e la mia vita è cambiata di colpo».

Neanche due anni fa diceva di non essere interessata al matrimonio, e che comunque non si sarebbe sposata prima di 10-15 anni.

«Il matrimonio per me non è mai stato un obiettivo o uno scopo. Non mi sono certo sposata per sistemarmi, o per realizzare un sogno».

Perché, allora?

«Perché ho incontrato un uomo con cui ho capito che volevo stare per sempre. E poi perché lui me l'ha chiesto, che non è un dettaglio banale».

Che tipo è suo marito?

«Bello. E con una personalità trascinante: mi è piaciuto subito».

Più giovane di lei.

«Un caso. E poi, solo di quattro anni».

Vi siete conosciuti sul set di Vincere. Come l'ha corteggiata?

«Preferirei non scendere nei dettagli. Dico soltanto una cosa: non sono il tipo che quando è sul set esce solo con gli altri attori. Detesto etichettare le persone in base al lavoro che fanno. Durante le riprese del film poi ero molto concentrata, il sentimento tra noi si è sviluppato dopo».

Su quel set la dirigeva Marco Bellocchio, che ha diretto anche suo padre Vittorio, e che infatti è presente nel documentario Negli occhi. Lavorare con lui le ha creato emozioni particolari?

«Marco ha diretto papà nella Condanna, un film che, per le difficoltà di lavorazione e di rapporto tra loro, non è stato affatto facile: non ne conservavano un buon ricordo, e non si erano lasciati benissimo. Anch'io ho il mio caratterino e con Marco il feeling è stato costruito sul set: me lo sono conquistato lavorando tanto, lui è molto diffidente. Da quel film infatti sono uscita distrutta, anche fisicamente».

E subito dopo si è buttata in un altro ruolo impegnativo, quello della terrorista Susanna Ronconi. La prima linea è arrivato in sala dopo un iter difficile, e ha trovato pochi spettatori, nonostante la presenza nel cast di attori come lei e Riccardo Scamarcio. Perché?

«Purtroppo è passato come un film pesante, quando invece era molto importante per capire un periodo storico. Credo che i gruppi armati abbiano avuto una grande responsabilità nell'allontanamento della gente dalla politica, soprattutto a sinistra. La società in cui viviamo è il frutto degli ultimi quarant'anni».

Con Scamarcio come si è trovata?

«Non lo conoscevo prima, e credo che tutti e due avessimo curiosità di lavorare insieme. Veniamo da storie e percorsi completamente diversi, ma non ho pregiudizi nei confronti di chi si è fatto notare grazie a film più commerciali».

Scamarcio, come suo padre, è arrivato dal Sud con il sogno di recitare.

«Non li paragonerei proprio. Il contesto di oggi è completamente diverso da allora: la facilità con cui ai giorni nostri un attore giovane e bello raggiunge il successo, secondo me, è eccessiva. Il senso del documentario su mio padre è proprio quello di far vedere come un attore di talento, e che ha lavorato moltissimo, abbia impiegato tanti anni per emergere: papà è diventato popolare solo a 45 anni, con la Piovra».

Il documentario è stato un'idea sua?

«No, mi è stato proposto da Francesco e Daniele (Del Grosso e Anzellotti, i giovani registi romani che l'hanno girato, ndr). Non l'avrei mai fatto da sola, perché non mi piacciono le autocelebrazioni e non ho mai amato parlare di papà. Soprattutto all'inizio della mia carriera, ero insofferente alle domande sul genitore famoso: bisogna avere rispetto per le differenze che ci sono tra le persone».

Perché, allora, stavolta ha accettato di partecipare?

«Era arrivato il momento giusto. Sono passati sedici anni da quando mio padre è morto, la nostra famiglia ha avuto il tempo per metabolizzare la sua scomparsa, e io di maturare il giusto distacco: non l'avrei mai fatto in una logica di resa dei conti con la figura paterna. Più che la sua vita, infatti, volevo raccontare la storia di un sacrificio: recitare, per papà, è stata una missione, cui si è votato con dedizione totale».

Parla di distacco. Eppure, quando ne parla, è ancora molto emozionata.

«Più che altro coinvolta, perché la nostra vita familiare è stata intensa, mi ha dato tantissimo ma anche tolto: la stabilità, per esempio, perché ci spostavamo in continuazione. Mio padre aveva poi una personalità molto forte, non era un uomo facile. Quando ho parlato con le persone che hanno lavorato con lui, mi ha colpito il fatto che sembrava morto l'anno prima, tanto erano vividi i loro ricordi».

Nel film parla anche sua madre, l'attrice Cecilia Sacchi. Sembra anche lei una donna molto impegnativa.

«Non ne fanno più della sua tempra. La sua storia, la sua cultura, la sua educazione le hanno dato la solidità necessaria per affrontare la vita con quest'uomo di cui era innamorata follemente. Una vita che è stata complicatissima».

Lei ha una sorella, Marina, che suo padre ha avuto da una donna americana, e con la quale si è ritrovata solo da adulta. Tre anni fa era a Los Angeles con lei per la prima dell'Amore ai tempi del colera, sembravate molto affiatate. L'ha coinvolta nella lavorazione del documentario?

«Sì: è anche venuta a Venezia quando l'abbiamo presentato alla Mostra del Cinema, lo scorso settembre. Mi sembra giusto coinvolgerla in ogni cosa che riguardi nostro padre. Abbiamo caratteri molto diversi - lei è espansiva, estroversa, iperattiva, io sono introversa e pigra - ma siamo molto legate: pur essendoci viste poco nella nostra vita, quando siamo insieme le affinità di sangue vengono subito fuori. Marina sa e capisce, di me, cose che pochi altri intuiscono».

Parla italiano?

«Con un forte accento. Comunichiamo soprattutto via email: io le scrivo in inglese, lei in italiano, per fare esercizio. Per ora studia all'Università di Seattle ma un giorno, se trovasse qualcosa da fare qui, le piacerebbe vivere in Italia».

A lei piacerebbe che venisse?

«Io desidero solo che lei faccia parte della mia vita, e condivida con me tutti i momenti importanti».

 

Da Vanity Fair n. 13 2010

 

 

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ivano 81 mesi fa

Donna eccezionale: il mio ideale!

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