Fabio Cannavaro: «Non sono più quello del 2006? E ci credo!»

08 giugno 2010 
<p>Fabio Cannavaro: «Non sono più quello del 2006? E ci credo!»</p>
PHOTO - KIKAPRESS - KIKA PRESS

Giugno 2006: Cannavaro in copertina, la Nazionale che parte  tra i fischi, il calcio travolto dagli scandali. Giugno 2010: Cannavaro in copertina, la Nazionale che parte tra i fischi, il calcio ancora lì a discutere degli stessi scandali. Però.

Però la sera del 9 luglio del 2006 io ero su un treno che veniva dal mare. Era in ritardo e quando è iniziata Italia-Francia stavamo ancora a Rogoredo o giù di lì, a smadonnare tutti. E poi improvvisamente siamo stati zitti: qualcuno aveva il cellulare sintonizzato sulla telecronaca, qualcuno una radiolina, e sono partite le note di Fratelli d'Italia. Un ragazzo si è alzato in piedi e ha cominciato a cantare a squarciagola. All'elmo di Scipio cantavamo tutti, alcuni addirittura con la mano sul cuore. Anch'io cantavo
e mi guardavo in giro e mi veniva da ridere e anche da piangere e pensavo che quel momento lì non l'avrei dimenticato mai.

Quindi quando, quattro anni dopo, incontro il Capitano, d'istinto, io gli voglio ancora bene. Ma, a sentir lui, non siamo proprio una folla.

Il Capitano ha la faccia del Capitano come la disegnerebbero in qualche cartone animato giapponese: gli occhi azzurrissimi, i denti bianchissimi che svela spesso perché altrettanto spesso sorride. Anche se qualche volta amaramente.

Nell'intervista di quattro anni fa diceva: «Questo è il mio ultimo Mondiale». E invece siamo ancora qua. Bluffava?
«Mah, sa, dopo i trenta gli allenatori possono sempre lasciarti a casa. E comunque mi sembrava un po' scontato andarmene da vincitore. Così mi sono messo a disposizione di Donadoni, ed eccomi qua».

Sta per partire per il Sudafrica dove è già stato l'anno scorso, per la Confederations Cup. Che ricordi ha di quel Paese?
«Come al solito quando viaggio per lavoro, non ho avuto l'occasione di vedere o vivere più di tanto il posto - e non credo che quest'anno sarà molto meglio, anzi - ma ricordo che mi aveva colpito quanta attenzione c'è alla sicurezza, segno, purtroppo, che la tensione sociale è ancora alta. E poi mi ricordo i viaggi in pullman: fuori dal finestrino vedevo situazioni non belle, di povertà, e mi chiedevo se quella gente avrebbe mai potuto permettersi un biglietto per lo stadio. Ma chi ha potuto venire alle partite faceva un gran tifo: quelle maledette trombette "vuvuzela" fanno un baccano del diavolo».

Scaramanzie per la partenza: che cosa mette in valigia?
«Non ho riti propiziatori o amuleti portafortuna. Non ne ho mai avuti e, visti i risultati, direi che va bene così».

Dopo la vittoria si fece un tatuaggio: non abbiate paura di avere coraggio.
«Era la frase giusta, lo spirito di quel gruppo in quel momento».

E quale tatuaggio si farà quest'anno?
«Dipende da come va. Se va bene, niente per quattro anni, se va male a settembre mi faccio incidere una piccola coppa del mondo da qualche parte. Se rimane nostra non ho bisogno di averla addosso».

Quanti ne ha?
«Non lo so, ho perso il conto».

Non devono essere dispari?
«Non importa, per me sono percorsi di vita».

Adesso la vita la porta a Dubai.
«Sono molto felice di questa nuova opportunità. Ho già vissuto all'estero, in Spagna, e so quanto questi tipi di esperienze possano essere importanti, soprattutto da un punto di vista umano, per la mia famiglia, i miei figli. Là hanno imparato una nuova lingua, hanno fatto amicizie, conosciuto una cultura diversa. E adesso questa esperienza in un mondo così diverso ci arricchirà tutti ancora un po'».

Qualche mese fa aveva detto: se vinceremo il Mondiale smetterò di giocare.
«Ne ero convinto. Così sarebbero stati contenti tutti».

Tutti chi?
«Quelli che mi hanno sempre criticato, messo in discussione. Sarebbe stata una risposta a tutto».

Sente molto il peso delle critiche?
«Adesso non più tanto. La gente parla spesso per invidia, e quando le cose vanno male è facile attaccare chi è più in vista. Se gioco bene gioco d'esperienza, se gioco male sono bollito. Dicono: non è più quello del 2006. E ci credo!».

Nella foto, Fabio Cannavaro indossa una polo della collezione Nike Sportswear

LEGGI LA SECONDA PARTE DELL'INTERVISTA: FABIO CANNAVARO: «ITALIANI INGRATA GENTE»

LEGGI LA TERZA PARTE DELL'INTERVISTA: FABIO CANNAVARO: «CALCIOPOLI? ASPETTO ANCORA LE SCUSE»

L'intervista completa la trovate sul numero 23 di Vanity Fair, in edicola il 9 giugno.

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