Patrizia D'Addario: «Ora faccio tutti i nomi»

13 giugno 2010 
PHOTO MAKI GALIMBERTI - COURTESY OF VANITY FAIR

«In questo anno non ho avuto rapporti con uomini. Sto per i fatti miei. Non rispondo al telefono se non a un cellulare di cui solo mia figlia ha il numero. Non ho più fiducia in nessuno. Ho due ernie al disco e sono imbottita di cortisone, sono ingrassata di dieci chili».

È passato un anno dal 17 giugno 2009, quando un'intervista al Corriere della sera fece conoscere all'Italia il nome di Patrizia D'Addario. E a un anno di distanza, quello che fa in esclusiva a Vanity Fair - in edicola da mercoledì 16 - è un racconto di solitudine.

«Per nove mesi sono stata lontana da mia figlia, non rientrava neppure nei fine settimana, dovevo immaginarla sola nella sua cameretta in Svizzera, lei che amo più di chiunque altro». Nel giorno dell'intervista è di ritorno proprio dalla Svizzera, dove è andata a prendere la figlia «nel collegio dove studia. Ha fatto il primo anno di liceo».

Da quando studia là?
«Da quest'anno scolastico, dopo che è successo tutto. Dovevo proteggerla, tenerla lontana. È stata una scelta difficile, ma ho dovuto farlo. Qui non poteva vivere. Troppa curiosità. E quel che è peggio, le minacce. C'erano voci al telefono che mi dicevano: te la violenteremo».

Quanto costa mantenerla in un collegio svizzero?
«Costa, costa. Ma ho fatto mille confronti, l'ho messa in uno di quelli che costano meno». Ma un impiegato non se lo potrebbe permettere.

Adesso guadagna più di quanto guadagnasse prima del 17 giugno 2009?
«No. Gliel'assicuro. Prima facevo le serate. Ho fatto spettacoli in tutta Italia e anche nel mondo. Ero un'illusionista conosciuta nell'ambiente. Ho lavorato con David Copperfield. Adesso… adesso da un anno non riesco più a fare niente… guardi, mi tremano le dita, un tempo avrei fatto sparire questo bicchiere come niente, non faccio più magie».

Con sua figlia che rapporto avete? Come l'ha presa?
«Prima deve sapere come ho avuto mia figlia. Il padre, che fino al giorno prima era al mio fianco, dopo il parto mi ha dato un biglietto con un numero di telefono: era dell'associazione da chiamare per darla in adozione. Poi è tornato dalla sua ex moglie, e quel giorno stesso le ha dato un mega assegno. A lei l'assegno, a me il numero di telefono».

Mai più rivisto
?
«Ci sono tornata insieme quattro anni dopo».

Perché mai?
«Per mia figlia, perché avesse un padre, perché lui provvedesse a lei, ma ho sbagliato, non poteva durare, mi son fatta solo del male, trattata come una serva e alla fine tradita. E mi sono ritrovata un'altra volta sola con la mia bambina».

Come le ha spiegato quel che le stava succedendo quando il suo nome è diventato famoso?

«All'inizio non ci sono riuscita. L'ho tenuta in casa, l'ho blindata. Poi ho dovuto dirle tutto e lei si è arrabbiata, non mi ha parlato per molto tempo. Finché una mattina, mentre stavo dormendo, ho sentito che mi stava coprendo di baci. Ho aperto gli occhi e lei era lì che mi abbracciava e mi diceva che aveva capito».

Che cosa?

«Che io avevo detto la verità, e che questo era stato un atto di coraggio».

Ne valeva la pena?
«Non lo so, ma so che non riesco a mentire. Ho raccontato come è andata e basta. Ne sto pagando le conseguenze».

Quali minacce esattamente ha ricevuto?

«Di tutti i tipi. Mia madre è stata colpita a un occhio. Io sono stata mandata fuori strada in auto. Mi hanno rubato l'intero guardaroba, i vestiti di scena di una vita. Mi hanno aggredita in casa mia. Un carabiniere in borghese mi ha assalito e ha tentato di violentarmi mente i suoi colleghi facevano la guardia fuori».

Come sa che era un carabiniere?
«L'ho rivisto in divisa».

Ha sporto denuncia?
«Sì».

Molti la considerano con evidente disprezzo una prostituta. Accetta la definizione?
«Assolutamente no. (...) Io non sono andata là per i soldi, tant'è che la prima sera non sono rimasta. Non ho preso la busta da diecimila euro per le quali le altre erano lì. Quello era prostituirsi. E non ho venduto il mio silenzio. Chi l'ha fatto ora vive a Roma, riverita. Io non torno nemmeno più a casa».

Resta il fatto…

Che sono stata una escort, qualche volta? Mi ci ha costretta il mio ex, con la violenza».

Non abbiamo già saputo, perfino ascoltato, tutto quel che c'era da sapere?

«Ci sono delle cose su quelle serate che non sono ancora venute fuori, ma le racconterò nel mio secondo libro. (...) Alcuni di quei signori che stanno in Tv e mi chiamano prostituta c'erano, loro sì con le prostitute e io lo so che cosa hanno fatto. E lo dirò, se me lo lasciano dire».

Chi glielo lo impedisce?
«Oh, ne succedono tante. Mi chiama Radio Rai, la trasmissione "Un giorno da pecora". Sono malata, ma sembra che se non partecipo non possano andare in onda. Insistono, vogliono mandarmi a prendere, in ambulanza se necessario. Pregano. Alla fine mio cugino Mimmo mi accompagna a Roma. Siamo a un chilometro dagli studi quando una segretaria telefona per dire che l'intervista è stata annullata. Poi Mimmo parla con l'aiuto regista che ammette: è arrivato un veto, dai piani alti, dice. Perfino in Spagna, a Telecinco, mi han chiamata e poi hanno disdetto perché è roba che appartiene a…».

Aveva un registratore acceso nella borsa mentre parlavamo?
«No».

Perché invece per tanto tempo ha registrato tutto?

«È cominciata con il mio ex, che mi picchiava. Se non l'avessi registrato le mie denunce non avrebbero avuto effetto, non ci sarebbero state le prove contro di lui. Dopo non ho più smesso, fino al 17 giugno».

E ora la legge D'Addario proibirà di farlo. Come la vede?

«Sono contraria. Sa che alle presentazioni del mio libro già due donne sono venute a a dirmi che registrando sono riusciti a far punire chi faceva loro del male? E adesso che cosa succederà?».

Sul prossimo numero di Vanity Fair in edicola mercoledì 16 giugno l'intervista completa

TUTTE LE FOTO DI PATRIZIA D'ADDARIO

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