Riccardo Bossi: «Io, invece, tifo Italia»

21 giugno 2010 

«Io tifo Italia». Nulla di strano, se non fosse che a parlare è Riccardo Bossi, il figlio che il leader della Lega Umberto ha avuto dalla prima moglie Gigliola Guidali, e fratello di quel Renzo che a tifare per gli Azzurri, come ha raccontato a Vanity Fair (n. 16), non ci pensa proprio. Ma Riccardo è appassionato di sport e non si perde una partita del Mondiale. Ha 31 anni, da dieci fa il pilota di rally e da sei è professionista, con la soddisfazione di un terzo posto in una prova dell'Europeo. Ora è impegnato nel campionato italiano (GUARDA LA GALLERY).

Jeans e polo da cui spuntano braccia muscolose e tatuate, gel nei capelli, il primogenito del Senatur è seduto al tavolo della sala riunioni di via Bellerio, storica sede milanese della Lega, circondato da coppe vinte dagli sportivi padani e da bandiere e simboli del Carroccio. Ogni tanto il cellulare s'illumina: sono gli sms con i risultati dal Sudafrica e i commenti degli amici.

Scusi, lei è un Bossi che tifa Italia?
«Forse, in realtà, io e Renzo le partite le vedremo insieme. Lui ama il calcio e, secondo me, guarderà l'Italia».

Radio Padania tifa contro gli Azzurri.
«Io spero che Cannavaro possa sollevare di nuovo quella coppa. La vittoria del 2006 è un ricordo meraviglioso».

Pronto a sventolare il tricolore?
«Non ci saranno bandieroni a casa mia. Però il tifo è intenso. Se l'Italia non dovesse farcela, tifo Portogallo: Cristiano Ronaldo è un mio idolo. Sarebbe davvero una gran fortuna essere come lui. Figo, campione e super pagato».

Cassano e Balotelli: che cosa pensa della loro esclusione?
«Cassano mi piace molto. Balotelli l'avrei portato in Sudafrica. Ma soprattutto lo porterei al mio Milan».

Suo fratello Renzo forse non ne sarebbe felice. Sa che lui e Balotelli si contendono la stessa ragazza, Eliana Cartella?
(Riccardo si prende la testa tra le mani e ride) «Sono ragazzini di vent'anni. Per me questa ragazza non è neppure la fidanzata di mio fratello. Di sicuro si conoscono, ma da lì a dire che stanno insieme…».

Conosce l'Inno di Mameli?
(Canta sottovoce: «Fratelli d'Italia, l'Italia s'è desta...») «Quando i calciatori lo cantano, riesco a seguirli. Non sono bravo, ma neanche loro lo sanno bene. Vuoi mettere con Va' pensiero? Quello è molto più bello».

Me lo canta?
«Non ci penso proprio. Sono stonatissimo».

Lei si sente italiano?
«Sì. Ma anche molto padano».

Sulla sua auto da rally c'è un tricolore.
«Corro nel campionato italiano: è obbligatorio esporre la bandiera dello Stato di appartenenza del pilota».

E Umberto Bossi che dice?
«Non ha mai fatto commenti. Io avrei messo anche la bandiera della Padania, ma non è possibile».

Suo padre è mai venuto alle gare?
«No, corro sempre in posti lontani, ma s'informa. È venuto una volta a vedere i test in pista a Brescia. Alla fine mi ha detto: "Tu sei pazzo"».

Non lo ha mai portato in macchina?
«Una volta sola. Avevo vent'anni, mi chiese di accompagnarlo a Gemonio con la mia Golf a prendere un caffè. È un bel ricordo. Mi piacerebbe fargli da driver, portarlo in giro in macchina per passare più tempo con lui. L'auto crea intimità, si potrebbe parlare di tante cose».

Al contrario di suo fratello Renzo, lei è stato al Sud.
«Non so che cosa abbia detto Renzo, ma io ho tanti amici del Sud, dove mi sono sempre trovato benone: quasi tutte le mie fidanzate erano di origini meridionali. Ho girato la Sicilia, è una regione fantastica. E la partenza di rally più spettacolare l'ho fatta a Palermo: un chilometro a uno all'ora col muso della macchina che apriva la folla. Un'emozione incredibile».

L'intervista completa la trovate sul numero 25 di Vanity Fair, in edicola il 23 giugno.

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