«Ve mari e madame», più o meno suona così «viva gli sposi»
in creolo. Sono ad Haiti, dove mi sono appena sposata nella chiesa
dell'ospedale St. Damien, rattoppata alla meglio dopo il terribile
terremoto di sei mesi fa. Io e mio marito Andrea
siamo venuti fin qui per farci sposare da padre Rick
Frechette, anima e corpo da 25 anni della Fondazione
Nuestros Pequeños Hermanos.
Ho conosciuto padre Rick attraverso la Fondazione Francesca Rava
tanti anni fa ed ero stata qui nel 2007. Ero convinta che non
potesse esistere un luogo più infernale, ma il terremoto del 12
gennaio mi ha drammaticamente fatto cambiare idea. Non c'è limite
al peggio. In questi sei mesi ho partecipato alle attività della
Fondazione Rava, dove lavora mia sorella
Francesca, ho visto l'impegno giorno e notte di
decine di volontari, che hanno costantemente negli occhi e nel
cuore la gente di Haiti.
Andrea e io avevamo già deciso di sposarci qui da padre Rick, ma
dopo il terremoto il nostro desiderio è diventato più forte: per
celebrare la vita e l'amore in un luogo dove apparentemente vita e
amore sembrano essere stati spazzati via.
Nelle ultime settimane in molti mi hanno chiesto com'è Haiti.
Non è facile da descrivere, bisogna venirci, perché Haiti è
sporcizia e amore, macerie e sorrisi, odore di morte e musica,
lacrime e rhum, disperazione e coraggio. Ma soprattutto voglia di
vivere.
Ad Haiti ho sempre trovato amore e speranza. La comunità di
volontari, medici, orfani cresciuti con padre Rick, sono un
esercito di angeli che, nonostante la ferita del terremoto, va
avanti nei suoi obiettivi: il nuovo reparto di neonatologia, il
nuovo orfanotrofio, Francisville la città dei lavori, il centro di
produzione delle protesi.
La mattina alle 7, nella chiesa dell'ospedale, non c'erano amici
e parenti (con loro festeggeremo in Italia), ma i volontari, i
malati, i carabinieri che supportano padre Rick e la Fondazione
Rava. E poi c'era mia sorella Francesca (qui sopra e in basso a
sinistra con Paola), il testimone di Andrea, il fotografo
Alberto Giuliani, e le bambine che ho adottato a
distanza tre anni fa, Erlanda e
Miriam. L'unica vanità femminile che mi sono
concessa è un abito di Stephan Janson e le scarpe Le Silla, che
dopo la cerimonia mi sono tolta per fare un concerto in mezzo alle
baracche degli slum.
Mia sorella e le volontarie hanno fatto i salti mortali per
addobbare la chiesa, con i pochi fiori che si trovano a Port au
Prince, e per un bouquet di rose bianche. Memorabile il rinfresco:
dopo un brindisi con la birra locale «Presidente», abbiamo
distribuito un pasto caldo ai poveri. Non ho mai immaginato,
neanche da adolescente, il mio matrimonio, ma mai avrei pensato che
sarebbe stato così intenso.
Ad Haiti la vita sta rinascendo, ma non dobbiamo mai dimenticare
quest'isola così ferita. Può sembrare un inferno, ma chiunque ci si
avvicina scopre il paradiso.
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esclusive del matrimonio di Paola Turci