Paola Turci: «Il mio sì per la vita»

07 luglio 2010 
PHOTO KIKA PRESS

«Ve mari e madame», più o meno suona così «viva gli sposi» in creolo. Sono ad Haiti, dove mi sono appena sposata nella chiesa dell'ospedale St. Damien, rattoppata alla meglio dopo il terribile terremoto di sei mesi fa. Io e mio marito Andrea siamo venuti fin qui per farci sposare da padre Rick Frechette, anima e corpo da 25 anni della Fondazione Nuestros Pequeños Hermanos.

Ho conosciuto padre Rick attraverso la Fondazione Francesca Rava tanti anni fa ed ero stata qui nel 2007. Ero convinta che non potesse esistere un luogo più infernale, ma il terremoto del 12 gennaio mi ha drammaticamente fatto cambiare idea. Non c'è limite al peggio. In questi sei mesi ho partecipato alle attività della Fondazione Rava, dove lavora mia sorella Francesca, ho visto l'impegno giorno e notte di decine di volontari, che hanno costantemente negli occhi e nel cuore la gente di Haiti.

Andrea e io avevamo già deciso di sposarci qui da padre Rick, ma dopo il terremoto il nostro desiderio è diventato più forte: per celebrare la vita e l'amore in un luogo dove apparentemente vita e amore sembrano essere stati spazzati via.

Nelle ultime settimane in molti mi hanno chiesto com'è Haiti. Non è facile da descrivere, bisogna venirci, perché Haiti è sporcizia e amore, macerie e sorrisi, odore di morte e musica, lacrime e rhum, disperazione e coraggio. Ma soprattutto voglia di vivere.

Ad Haiti ho sempre trovato amore e speranza. La comunità di volontari, medici, orfani cresciuti con padre Rick, sono un esercito di angeli che, nonostante la ferita del terremoto, va avanti nei suoi obiettivi: il nuovo reparto di neonatologia, il nuovo orfanotrofio, Francisville la città dei lavori, il centro di produzione delle protesi.

La mattina alle 7, nella chiesa dell'ospedale, non c'erano amici e parenti (con loro festeggeremo in Italia), ma i volontari, i malati, i carabinieri che supportano padre Rick e la Fondazione Rava. E poi c'era mia sorella Francesca (qui sopra e in basso a sinistra con Paola), il testimone di Andrea, il fotografo Alberto Giuliani, e le bambine che ho adottato a distanza tre anni fa, Erlanda e Miriam. L'unica vanità femminile che mi sono concessa è un abito di Stephan Janson e le scarpe Le Silla, che dopo la cerimonia mi sono tolta per fare un concerto in mezzo alle baracche degli slum.

Mia sorella e le volontarie hanno fatto i salti mortali per addobbare la chiesa, con i pochi fiori che si trovano a Port au Prince, e per un bouquet di rose bianche. Memorabile il rinfresco: dopo un brindisi con la birra locale «Presidente», abbiamo distribuito un pasto caldo ai poveri. Non ho mai immaginato, neanche da adolescente, il mio matrimonio, ma mai avrei pensato che sarebbe stato così intenso.

Ad Haiti la vita sta rinascendo, ma non dobbiamo mai dimenticare quest'isola così ferita. Può sembrare un inferno, ma chiunque ci si avvicina scopre il paradiso.

> Guarda le foto esclusive del matrimonio di Paola Turci

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