Alessandro Terrin: «Io, il nuoto e le ragazze»

15 agosto 2010 
PHOTO LUIS CONDRÒ - COURTESY OF VANITY FAIR

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Mentre le porte scorrevoli dell'aeroporto di Fiumicino si aprono sul parcheggio, mi chiedo come riconoscerò Alessandro Terrin - che mi è venuto a prendere - in mezzo a tutta quella gente. Ma la mia preoccupazione dura un secondo e, mi rendo conto, è totalmente senza fondamento: in una pianura di completi blu, orrendi pantaloni a pinocchietto, polo pezzate sotto le ascelle, lui svetta come il Kilimangiaro. Uno e novantatré di maglietta bianca, denti bianchi, abbronzatura, pettorali, deltoidi e molti altri muscoli di cui non so il nome. Mi ricorda maledettamente qualcuno. Ah, sì, Tarzan.

Venticinque anni, primatista europeo dei 50 rana in vasca corta, è in partenza per gli Europei di Budapest, dopo una stagione piuttosto sfortunata sia in vasca («mi rompo tutto. Ho il fisico del rugbista, non del nuotatore») che fuori («mi sono mollato con Alice, la mia fidanzata da quattro anni»). Ma a vederlo si direbbe che scoppia di salute e di buonumore.

Perché nuota a rana?
«Guardi che la rana è uno stile impegnativo, in due tempi. Più faticoso degli altri. Non credo di averlo scelto io, a un certo punto qualcuno ha deciso che faceva per me. Potevo fare anche stile libero o delfino. Dorso no: se mi metto a pancia in su, affogo».

Di nuotare, almeno, l'aveva scelto lei?
«No, io volevo giocare a calcio, come tutti gli altri, ma ero grosso, con le giunture deboli e il pediatra ha detto che dovevo nuotare, ho cominciato a quattro anni. Io non volevo, mia mamma mi doveva portare di peso in piscina. Anni e anni di discussioni. Però ero bravo e almeno in piscina mi toglievo quelle maledette scarpe...».

Quali scarpe?
«Quelle ortopediche, blu, coi lacci. Avevo i piedi piatti, pure. Le ho dovute portare fino a quattordici anni».

Chissà quanto la sfottevano.
«No, me le dicevano dietro le spalle, ero grosso anche allora. Però adesso mi sto vendicando: compro solo scarpe fighissime».

Piscina e scuola: vita sana.
«A Camponogara, provincia di Venezia, non è che ci fosse molto da fare, crescere in un paesino come il mio che, comprese le frazioni, fa 900 abitanti è bello e io ci tornerei domani, ma quando sei ragazzino bighelloni tra il parchetto e il bar, in quelle mega compagnie in cui c'è quello di 12, ma anche di 25 anni. Cresci prima, fai cazzate prima. Il bianchino, la discoteca, le canne, le idee politiche stupide, che ripeti a vanvera: è un peccato crescere così, senza prospettive, tirando avanti. Se non mi sono perso è perché avevo il nuoto, la disciplina. Quando avevo diciassette anni i miei hanno deciso di separarsi, non sei mai abbastanza grande per certe cose. Ho preso al volo l'opportunità di venire ad allenarmi e a vivere a Roma con il gruppo sportivo delle Fiamme Gialle per allontanarmi da quella cosa che mi faceva stare male. Ha funzionato».

Vive da solo da allora?
«Prima con un compagno di squadra e poi solo. Mi piace, mi ha fatto crescere. Ma ci sono due cose che odio: la lavatrice e i fornelli».

Nel senso che non lava e non cucina?
«Nel senso che se lavi devi anche stendere e stirare, che è la cosa più difficile del mondo. E cucino, sì, ma poi pulire i fornelli è sempre un casino. Del resto, mica puoi lasciarli sporchi: che schifo».

Ha bisogno di una donna. O di un uomo. È gay, come sembrano suggerire certe sue foto che girano su Internet?
«No, mi piacciono le donne. Questa storia del gay è bizzarra: ho fatto una campagna per Dolce e Gabbana, e va bene. Poi sono andate in rete delle foto in cui io e i miei compagni di squadra facciamo gli scemi alle Seychelles e la didascalia dice: "Al mare con un amico", ma non è un amico, è un nuotatore, ed eravamo in metà di mille, era una vacanza premio. Comunque, com'è come non è, sono diventatao un'icona gay, c'è scritto anche sul mio profilo di Wikipedia. Non mi disturba, dicono che dove ci sono i gay ci sono sempre anche le belle ragazze. E io adesso sono single...».

L'intervista completa sul numero 32/2010 di Vanity Fair, in edicola da mercoledì 11 agosto

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