Kim Rossi Stuart: «Anche libero va bene». Più, il video del backstage

31 agosto 2010 

Sul citofono c'è scritto «Rossi S». Suono e, un minuto dopo, lui si materializza alle mie spalle. Gli chiedo se ha il campanello di casa collegato al telefonino. Dice che no, che era solo sceso un attimo per vedere se in farmacia erano arrivate certe medicine che aveva ordinato.

Più tardi, durante la nostra conversazione, verrà fuori che ha «un'avversione verso l'allopatia (la medicina tradizionale, ndr)», trova la medicina generica «terrificante», usa solo prodotti omeopatici. Poi però ammette che: «La medicina tradizionale in certi casi ti salva la vita», e che «quando mi sono spaccato tutte e due le gambe la morfina l'ho presa e di corsa». 

Quando Kim Rossi Stuart si è spaccato tutte e due le gambe (e anche altro) era il 2005. Correva sulla sua moto e un'auto ha fatto inversione a «U» tagliandogli improvvisamente la strada. Kim ha fatto un volo di trenta metri e visto la morte in faccia sotto forma di un palo che il suo corpo ha sfiorato. È stato in ospedale un mese intero; dopo sette, ha potuto riprendere la sua vita senza nessuna conseguenza fisica. Psicologica, ammette, qualcuna sì.  

Si sente un miracolato?
«Sono agnostico, credo che le religioni abbiano creato troppi danni. Ma ho l'attitudine a vedere nelle cose sempre il lato positivo. Quello dopo l'incidente è stato uno dei periodi più belli della mia vita».

Perché?
«Perché si è fermato tutto: costretto all'immobilità, ho avuto finalmente tempo per me e per i miei amici. Ne avevo bisogno».

La casa è all'ultimo piano, un attico pieno di luce che domina Roma e dove tutto è bianco e minimalista. Il proprietario, più alto di come te lo aspetti, si muove con una strana cautela, come se non ci abitasse spesso e ancora meno spesso ricevesse ospiti. L'abbronzatura e i calzoni beige corti gli danno un'aria sana e vacanziera, lontana dai personaggi emaciati e lacerati che di solito interpreta, dal giovane psicopatico di Senza pelle al padre tormentato delle Chiavi di casa, dall'artista suicida di Piano, solo al carrozziere malato di Questione di cuore

L'ultimo è Renato Vallanzasca, criminale capobanda nella Milano degli anni Settanta, pluriomicida famoso, oltre che per la sua ferocia, per le multiple evasioni e il successo con le donne, condannato a 4 ergastoli e 260 anni di reclusione, attualmente in carcere a Milano con i benefici dell'articolo 21 (dorme ogni notte in cella ma di giorno può lavorare fuori, in un laboratorio di pelletteria). Il film, Vallanzasca - Gli angeli del male, diretto da Michele Placido, e di cui Kim è anche uno degli sceneggiatori, viene presentato fuori concorso a Venezia.

In sala uscirà solo a dicembre. Eppure ha già provocato molte polemiche.
«Sono favorevole ai film sui personaggi controversi, anche quelli che hanno compiuto azioni negative: servono a far crescere nel pubblico coscienza e consapevolezza. Questo, certo, è un film particolarmente delicato, perché è la prima volta che si racconta la storia di un criminale in vita, e ci sono ancora troppe persone che hanno sofferto per le sue scelte. Personalmente di Renato Vallanzasca mi interessava il percorso interiore». 

Che idea si è fatto di lui?
«Che abbia vissuto secondo una prospettiva infantile, fumettistica. E causato grandi sofferenze: sono rimaste a terra persone innocenti. Allo stesso tempo però il suo modo d'essere ha messo in luce certi problemi di questa società, e soprattutto del sistema carcerario: non è accettabile, da parte di chi controlla i detenuti, rispondere alla violenza con altra violenza. Mi riferisco ai pestaggi che ha subito in prigione».

Quello spirito fumettistico, quasi beffardo, può rendere ancora più odioso un uomo che ha ucciso e seminato terrore. Le è sembrato consapevole del male che ha fatto?
«Assolutamente. Vallanzasca ha fatto un lungo e importante percorso di espiazione. Gli ho sentito dire questa frase: "Io non sono cattivo, ho soltanto il lato oscuro molto sviluppato". La trovo una definizione calzante e veritiera. Proprio la fascinazione per il lato oscuro lo porta a essere autodistruttivo. È questo mistero psicologico per me la parte più interessante. Ma non sono io il regista, per cui il film ha preso invece una piega più d'azione».

Sta dicendo che non si è trovato d'accordo con Placido?
«Dico solo che sono affascinato da aspetti che a lui evidentemente interessano meno».

Lei ha debuttato come regista, nel 2005, con Anche libero va bene. Farà il bis?
«È il mio prossimo progetto».

Per la preparazione del film, ha frequentato Vallanzasca. Come è andata tra voi?
«Io sono un antiviolento, un francescano, non posso avallare niente di quello che ha fatto. Il mio compito però non era dare giudizi, e lui si è posto nei miei confronti con grande sensibilità. È una persona molto rigorosa, che ha deciso - a torto - di vivere fuori dalle regole ma, a modo suo, con un codice etico ben preciso. Si è sempre distinto, rispetto agli ambienti in cui si è mosso, perché sa essere generoso. Per questo è rimasto vivo, secondo me. Mi ha sorpreso, poi, dal punto di vista intellettuale: la lettera in cui chiede la grazia è uno scritto di spessore».

Le è sembrato contento che sia stato scelto lei per il suo personaggio?
«A me ha detto di sì, ma chissà».

Vanitoso com'è, sarà contento di rivedersi così bello sullo schermo.
«Guardi che lui non è affatto brutto. Ci sono foto dove è bellissimo».

Commenti sull'interpretazione?
«È passato una volta sul set e mi ha detto: "Mi hai rubato proprio tutto, eh? Però io non parlo mica così milanese". Invece lo parla eccome, e anche bello pesante. Forse si aspettava una versione più patinata, in italiano».

Prima parlava del lato oscuro di Vallanzasca. Lei ne ha uno?
«Anch'io ho un lato autodistruttivo, ma l'ho esplorato per lo più nella mia adolescenza. Una fase complessa e abbastanza travagliata». 

Racconti.
«Quando entravo in casa dei miei amici diventavo subito il cocco delle mamme: bello, educato, preciso. Ma sotto c'era dell'altro. Ero affascinato, per esempio, dal furto. C'è da dire anche che ero povero in canna, sempre senza una lira».

Droga?
«Ho provato qualche sostanza, da ragazzo, ma non hanno mai avuto presa su di me: troppo orgoglioso per consegnarmi a uno strumento esterno».

È nato e cresciuto a Roma da un padre attore metà italiano e metà scozzese, e da una mamma modella metà tedesca e metà olandese. A quale cultura appartiene di più?
«Sono un romanaccio, ma sento forte anche l'influenza anglosassone della mia nonna paterna: ho vissuto con lei e mio padre. I miei si sono separati quando ero piccolo». 

È rimasto con suo padre per scelta?
«No, per equilibri loro. Ho altre due sorelle (Loretta, attrice di cabaret, e Ombretta, infermiera, ndr). Poi mia madre si è risposata e ha avuto un'altra figlia (Valentina, di professione stuntwoman, ndr). Ma me ne sono andato di casa presto. Quando mio padre è morto avevo 23 anni e vivevo da solo già da un pezzo».

Stuart quindi è il cognome della sua nonna paterna?
«È la versione che ho dato per molto tempo. In realtà Rossi Stuart è il nome d'arte di mio padre: per un attore di spaghetti western, suonava meglio di Giacomo Rossi. Quando ho iniziato a fare lo stesso mestiere, mi è venuto naturale adottarlo».

A 5 anni era già sul set.
«Solo comparsate. Ho iniziato a recitare veramente a 13».

Leggenda racconta che il produttore Valsecchi la raccolse mentre faceva l'autostop sul raccordo anulare. E la scoprì.
«Tutto vero. Facevo la terza media e stavo tornando dalla piscina. Mi disse: "Hai una faccia pazzesca, devi assolutamente fare un provino". Lo feci: per una serie tv, I ragazzi della valle misteriosa, che si rivelò un grande successo, e mi cambiò la vita».

Come fece con la scuola?
«La abbandonai presto, e senza rimpianti. Non mi impegnavo, e anche i miei genitori non avevano molta fiducia nell'istituzione scolastica. Per questo decisi di giocarmi la carta della recitazione: sentivo che dovevo saltare su quel treno, che sarebbe stata la mia unica occasione. Quando provi la difficoltà economica vera, il non avere le cinquecento lire per pranzare, dai il massimo».

Quindi recitare non era il suo sogno.
«Per niente. Mi sono appassionato solo dopo, quando ho visto la possibilità, attraverso questa professione, di lavorare su me stesso».

Non ha mai sentito la mancanza di un titolo di studio?
«Più che del titolo, di un'esperienza di studio totalizzante. Se fossi andato all'università avrei scelto Filosofia».

Il ragazzo dal kimono d'oro al cinema, Fantaghirò in Tv: la grande popolarità per lei arrivò prestissimo. Come la visse?
«Ero contento, ma non mi abbandonava l'idea di poter finire da un momento all'altro a fare il barbone sotto i ponti. E poi mi spaventavano gli aspetti narcisistici del mestiere: considero la sensazione di autocompiacimento che si prova a vedersi sullo schermo una grande debolezza. Infatti non riguardo mai i miei film».

E la sua bellezza?
«A livello personale ci ho convissuto con fatica: essere appariscente, per un timido, non è il massimo. L'unica fortuna era che ero sempre rimorchiato dalle donne. Professionalmente, mi ha impedito per molto tempo di fare le parti che mi interessavano perché nel nostro cinema c'è un pregiudizio verso la bellezza».

I lineamenti li ha ereditati da sua madre?
«I colori, più che altro. Mia madre sì che era una vera bellezza».

Lei invece sul set si fa imbruttire.
«Non sempre. Quando ho fatto Gesù nei Giardini dell'Eden avevo il turbante blu, l'occhio azzurro, pure un po' il fisico. Quando mi sono reso conto di com'era davvero il film, sarei voluto scappare».

Ora che non teme più di finire sotto i ponti, qual è il suo rapporto con il denaro?
«Sono contrario al consumismo, e questo l'ho ereditato da mio padre che viveva in una fattoria e amava la vita semplice. Detto questo, anche io da ragazzo mi sono tolto i miei sfizi, soprattutto con le automobili, la mia passione. Ma non avrei nessun problema a rinunciare ai miei privilegi se avessi delle garanzie su un'equa distribuzione della ricchezza».

Politicamente le piace qualcuno?
«Sogno un Paese governato da persone non interessate al profitto e non remunerate per i propri incarichi. Guardo con interesse al percorso di Nichi Vendola».

Si considera avaro o generoso?
«Avaro non direi. Non so perché, ma mi trovo meglio con le persone di modeste risorse economiche. Giocoforza, sono sempre stato io quello che finanziava le vacanze e tutto il resto».

Che cosa fa nel tempo libero?
«Ascolto la musica, leggo. In questi ultimi anni, poi, vado molto per mare». 

Nel 2008, in mare, ha avuto un tragico incidente: il gommone che guidava ha investito un sub. Che nell'impatto ha perso un braccio.
«Non posso parlarne: c'è un procedimento giudiziario ancora in corso. Le dico solo che questo incidente, per me, è stato molto più pesante di quello in cui la vita l'ho rischiata io».

A 40 anni, è single e non ha ancora una famiglia. Un caso?
«Magari non è un caso. Il mio modo di relazionarmi, quello che cerco io nel rapporto con una donna fanno sì che mi trovi in questa condizione. Ma va bene anche così». 

Ha mai convissuto?
«Sì. E non è facile, per chi apprezza la solitudine come la apprezzo io».

Quanto ha sofferto per amore?
«Tantissimo, da ragazzo: ero un autodistruttivo, andavo a cercare storielle poco rilassanti. Dopo i vent'anni, per un po', ho esplorato il percorso del maledetto. Poi un rapporto lungo dieci anni, una storia molto bella finita cinque anni fa».

E dopo?
«Esco da poco da una relazione di un paio d'anni».

Compagne non «famose» e che non mostra mai in pubblico, zero vita mondana. Nell'ambiente si dice che lei sia un po' orso.
«Le occasioni mondane sono situazioni in cui ognuno pensa a se stesso: non mi interessano. E se non porto la mia donna è perché spero di svignarmela il prima possibile: da solo è più semplice».

Figli ne desidera?
«Sicuramente, e ci sarà un tempo anche per quello. Desidero essere padre da quando ero ragazzino. Ho un rapporto molto forte con i bambini, infatti sono sempre stato un ottimo baby-sitter».

Non teme le responsabilità, la perdita di libertà?
«Penso che mettere al mondo un figlio debba partire dal semplice desiderio di volergli fare il regalo della vita. Ha a che fare con il dare, non con il costruire per se stessi. C'è da fare qualche rinuncia? È giusto che sia così». 

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RISULTATI
olandese 73 mesi fa

To Kim ( if he ever reads this ) : Thank you for your movie, I think it was really good and I enjoyed it very much. I wish you all the best, like having children, and good luck on your new project!

olandese 73 mesi fa

A while ago I saw 'anche libero va bene' directed by Kim Rossi Stuart, so I googled him and found this article. It seems- as far as I can understand the Italian language- an honest story. It made me a little sad. Things happened in Kim's life or didn't happen that must really hurt. There is also this contradiction: longing to have children and loving loneliness. We have four teenage children and I love to be alone sometimes, but that hardly ever happens. That isn’t always easy, but if I could start my life all over again, again I would have my wonderful children. What I like most in this interview, is Kim saying he likes to be around non-famous people. An American actress said : some people are very busy being a star instead of being a good actor. I think she is right. To be honest, I don’t understand people thinking being famous makes you happy. It wouldn’t make me happy. Having friends and being loved is what makes happy, or maybe being able to do what you’re good at. To Kim ( if h

PAOLA 75 mesi fa

Kim,amore mio come ti scoperei!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!Non sai che gran bella scopata mi farei con te!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! ti amo,sei il migliore come uomo e come artista!!! a dopo!!!

PAOLA 75 mesi fa

kim ti amoooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo

PAOLA 75 mesi fa

CERTO CHE KIM è BELLISSIMO,ELEGANTISSIMO,DI GRAN CLASSE IN QUESTO VALLANZASCA,UN ESIBIZIONISMO E UN'ILLEGALITA' FATTA CON STILE ALLA" LUPIN TERZO" ........è proprio vero è ladro,criminale,bellissimo,pieno di grazia e gentiluomo.... che mix pericoloso e affascinante!!!!!Quando uscirà il film e non vedo l'ora,tutte correremo a vederlo,riporterò le scene più belle che immortalano kim-vallanzasca-lupin e le musicherò pure con la sigla del '79 di lupin terzo...ovviamente per sdrammatizzare ciò che in realtà è stato vallanzasca.Però mettila come vuoi ma questo criminale è diversissimo dagli altri non per il fatto che è un criminale come tutti gli altri,ma è affascinantissimo vuoi pure per la sua bellezza estetica e per tante altre cose che lo rendono irresistibile...un vero e proprio fascino del male alla baudelaire!!!ciao

paola 75 mesi fa

Se vi capita di andare su you tube vorrei poter montare un video,magare il video del trailer "GLI ANGELI DEL MALE" col sottofondo del brano RESPIRO -LE VIBRAZIONI poeticamente bello sia musicalmente che nel testo.Comunque sono bellissime anche le musiche e soprattutto i testi dei brani dei "NEGRAMARO" CHE HANNO MUSICATO IL FILM DI PLACIDO.VI SALUTO,BACI

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