PHOTO COURTESY OF VANITY FAIR
Dopo un anno triste a Barcellona il campione «infedele» è
tornato da noi per giocare, dopo Juventus e Inter, nel Milan. A
Vanity Fair, che gli dedica la copertina - in edicola dal
1 dicembre - si racconta.
Di lei si dice che, la prima volta che entrò nello
spogliatoio di una squadra svedese, pur essendo il più piccolo
aveva già l'atteggiamento da Zlatan Ibrahimovic: molto sicuro di
sé.
«Giocavo in una squadra competitiva, tutti volevano
essere il migliore. Ho iniziato così e sono così ancora oggi. E
poi, per stranieri con un nome come Ibra, era difficile emergere:
sentivo che dovevo fare dieci volte meglio di quello al mio fianco.
I giornali mi hanno costruito l'immagine da "cattivo ragazzo"
perché ho rotto gli schemi: era la prima volta che uno straniero
entrava in un club storico svedese».
Un po' cattivo ragazzo lo è. Altrimenti, dopo aver fatto
gol durante l'ultimo derby, non sarebbe andato a esultare sotto la
curva dell'Inter.
«Questa è emozione. Prima della partita mi avevano chiesto: "Se
fai gol esulti?". Ho risposto: "Non lo so, dipende dall'emozione
che provo". Non puoi dire prima cosa farai, se ragioni così il tuo
gioco è disturbato, devi lasciare libero l'istinto. Ma va bene
così, non cerco approvazione, non voglio essere perfetto».
Il suo passaggio al Milan ha fatto arrabbiare molti tifosi
interisti. A loro che cosa risponde?
«Primo: bisogna capire se sono arrabbiati davvero o lo fanno per
politica. Secondo: se sei un vero tifoso sei contento di quello che
ho fatto per Inter. Questo almeno è rimasto a me: un ricordo
positivo».
Non bisognerebbe mostrare più attaccamento alla
maglia?
«Quando sono andato dalla Juve all'Inter, allora? Anche quel
passaggio non era semplice». Per questo non sarebbe mai
tornato a giocare nell'Inter?
«Non c'era interesse da parte della società. E comunque il mio
motto è: non si torna indietro mai. Perché non potrei fare meglio
di quello che ho fatto».
Sembra di sentir parlare Mourinho. Siete simili
vero?
«Simili perché parliamo chiaro e concreto. Mi dispiace
solo che abbiamo lavorato insieme per poco, un anno. Ma in un anno
abbiamo fatto grandi cose».
La chiamasse al Real Madrid?
«No. Sono un giocatore del Milan adesso, e non penso ad
altro».
Con Mourinho ha avuto screzi?
«In campo mi ha urlato tante volte, e se non giocavo bene mi
insultava anche davanti agli altri, ma questo è giusto. Mourinho in
campo si trasformava come noi giocatori. Però non mi ha mai detto
come ha preso la decisione di vendermi al Barcellona. Ci sentiamo
spesso ancora oggi, ma di questo non mi ha mai parlato».
Mourinho, quando gli chiedevano la formazione ideale
dell'Inter, rispondeva: Ibra più dieci.
«No, Mourinho diceva: Mourinho, Ibra, più dieci».
Non è fedele alla maglia ma da nove anni lo è alla stessa
donna. Non vale anche nel privato la voglia di trovare nuove sfide,
nuove emozioni?
«Infatti nel 2006 abbiamo fatto un figlio, poi nel 2008 il
secondo. E se vogliamo altre novità facciamo terzo».
Si sente il giocatore più forte del mondo?
«Sì. Se non lo pensi, non esci al cento per cento. Per me secondo
non esiste».
Quanto pensa di giocare ancora?
«Tre anni al massimo. Devi smettere quando sei al top».
L'intervista completa sul numero di Vanity Fair in
edicola dal 1 dicembre