Lapo Elkann: «Io combatto»

26 luglio 2007 
<p>Lapo Elkann: «Io combatto»</p>
PHOTO KIKA PRESS

«Ci vediamo al sant ambroeus?», mi dice Lapo al telefono. «In fondo è lì che abbiamo fatto la prima intervista, lì che è iniziata la mia rinascita».

New York, 9 giugno 2007. Lapo Elkann è un romantico. L'intervista cui si riferisce è quella apparsa su Vanity Fair nel dicembre 2005, la sua prima dopo il ricovero per overdose a Torino, frutto di una chiacchierata nata da un incontro casuale tra noi, proprio al Sant Ambroeus. Il caffè italiano nel West Village, infatti, è a un passo dal centro di lotta alle dipendenze dove lui si è curato.

Un anno e mezzo dopo, però, il contesto in cui lo ritrovo a Manhattan è completamente diverso. Lapo è tornato a vivere, e soprattutto a lavorare. Lo osservo mentre presenta ai giornalisti americani il suo marchio, Italia Independent (per ora solo occhiali, in carbonio e in acetato in 4 colori diversi, ma a settembre arriveranno nuovi prodotti), da Barneys, il grande magazzino dove ha inaugurato un corner di vendita (come da Harrods a Londra, da Colette a Parigi, e a Milano in Corso Como 10; per il resto, il prodotto si compra attraverso il sito Internet, dove si può avere personalizzato), e dove i suoi occhiali sono andati esauriti in poche ore. È elegante e cortese come sempre, ma appare molto più spigliato e a suo agio con se stesso: Lapo è cresciuto. Dal fondo della sala suo padre Alain Elkann, che è volato per l'occasione a New York con la moglie Rosy Greco, lo osserva compiaciuto.

Per i tre giorni del lancio sul mercato statunitense lo seguo mentre si muove tra conferenze stampa, interviste e feste (la più esclusiva, quella organizzata in suo onore da Anna Wintour, direttrice di Vogue America). Al termine della maratona mi invita a casa sua, un piccolo loft tutto vetrate che domina l'East Village. Un grande letto al centro della stanza, opere di suoi amici artisti sparse un po' dappertutto. Su una parete intera è dipinto il tricolore.

Torino, 11 luglio 2007. Lapo mi mostra in anteprima la sede che Italia Independent ha appena aperto nella sua città. Torino è reduce dalla grande festa di presentazione della nuova Fiat 500, ma da qui il Lingotto è lontano. Gli uffici sono in una nuova palazzina di un'area commerciale nei dintorni della Mole Antonelliana. In questi giorni si sta trattando l'acquisto di un marchio ecologico e quello di una storica griffe dell'abbigliamento italiano che Elkann vorrebbe rendere più moderna. Alle scrivanie, tutte realizzate in fibra di carbonio, vedo alcuni dei «Lapo boys» che avevo conosciuto al nostro primo incontro, quando ancora lui era in Fiat. Età media, meno di 30 anni.

Il 4 luglio c'è stato il lancio della nuova 500. Lei non c'era: perché?

«Chi mi conosce sa quanto ho amato e amo questa automobile. Ho lavorato al progetto con una squadra americana di creativi, e quello sforzo ha dato un importante contributo a fare della 500 la macchina che avete visto. Ma il team, che io guidavo, non è stato invitato all'inaugurazione. Così ho deciso di non andare neanche io».

Dov'era quel giorno?

«Sono partito alle 7 e mezzo di mattina per impegni all'estero legati alle mie nuove attività».

Umore?

«Non nego di essere stato un po' triste: le altre auto Fiat le apprezzo, questa la amo».

È bastata una notte per cambiarle la vita. Se le cose fossero andate diversamente, pensa che sarebbe ancora in Fiat?

«Di quello che sarebbe stato è inutile parlare. La Fiat è un patrimonio italiano e mio familiare, le sarò sempre legato. Fino a quando ho lavorato al suo interno ho combattuto la mia battaglia, in un momento molto difficile per l'azienda, quando bisognava buttare il cuore oltre l'ostacolo. Ma in ogni grande gruppo ci sono inevitabilmente anche atteggiamenti e giochi di potere che non mi piacciono. E io avevo dei sogni da realizzare».

Quali?

«Mi sono sempre sentito più imprenditore che manager: non mi piace gestire i soldi degli altri, ma i miei. Oggi nelle mie aziende le regole le faccio io: il mio amministratore delegato ha 28 anni, per essere bravo non contano la grisaglia o il master ma le capacità reali. Se poi genero anche denaro, mi rende felice l'idea di poter aiutare ragazzi che non hanno avuto le opportunità che ho avuto io».

Infatti molti dei ragazzi che lavoravano con lei in Fiat l'hanno seguita nelle sue nuove avventure imprenditoriali.

«Oltre a farmi immensamente piacere, mi onora. Sono persone che mi sono sempre state vicine, e che hanno preso anche palate di merda a causa mia. Li considero la mia seconda famiglia».

Che rapporti ha, invece, con Sergio Marchionne, l'amministratore delegato della Fiat?

«Gli sarò sempre grato perché, quando ancora ero nel comitato direttivo in Fiat, mi ha dato la possibilità di fare tante cose, e mi ha insegnato molto. Un giorno spero di avere con le mie aziende i risultati che ha ottenuto lui».

Però è stato proprio Marchionne a dire che non c'erano i presupposti per un suo ritorno in azienda.

«Lui è l'uomo che guida l'azienda, io sono solo un azionista. Certo, a livello personale non si può dire che mi abbia fatto piacere, ma nella vita bisogna anche saper ingoiare i rospi, far bene quello che si sa fare e guardare avanti. La mia battaglia oggi non è la Fiat, sono le mie aziende. Vincere su un mercato globale senza l'appoggio di strutture familiari. Se riuscissi nell'azienda di famiglia, non sarei mai davvero io a vincere».

Che effetto le fa tornare a Torino, ma in uffici diversi?

«L'Italia è il mio Paese e lo sarà sempre: quando ho dovuto scegliere tra la cittadinanza italiana e quella americana, non ho avuto dubbi. E ho voluto che Italia Independent fosse, appunto, una storia italiana, anche se globale: con questo marchio voglio esportare un made in Italy più moderno, dove alla storia si unisce la tecnologia».

CONTINUA

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