Tra i ghiacci della Patagonia

di Antonio Leggieri 

Dall'altra parte del mondo, circondati solo da ghiacci, grandi paludi e steppe. Nella terra dove tutto sembra rimasto a più di 10mila anni fa, proprio quando gli indegeni disegnarono le loro mani nella Cuevas de los Manos, oggi patrimonio dell'Unesco

Antonio Leggieri

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L'idea di partire per la Patagonia l'ho avuta in un bar di Milano. Origliavo la conversazione tra una signora dall'accento piemontese, grande viaggiatrice, e una sua amica dalla parlata meneghina. Quando l'amica le ha chiesto quale fosse il grande viaggio ancora da fare, dopo qualche secondo di riflessione lei ha risposto con enfasi: "la Patagonia". Da allora quel nome un po' strano mi è rimasto in mente e ho cominciato a pensare che forse un giorno ci sarei dovuto andare io, in Patagonia. Ma non ho mai veramente pensato di volare all'altro capo del mondo fino a quando mi si è presentata l'occasione irripetibile di un viaggio organizzato. Ho fatto la valigia e sono partito, pieno di dubbi.

Se esiste davvero la differenza tra esploratori di natura e di cultura, io faccio sicuramente parte della seconda categoria. A un esploratore di cultura non interessano molto i grandi laghi o le steppe sterminate, tanto meno i ghiacciai, di cui la Patagonia è zeppa. È difficile convincere questo genere di persona che l'emozione di dormire in macchina nel mezzo del nulla vale tre notti in un albergo con acqua calda e luce elettrica. Ma quando questo succede, quando ti rendi conto che il gioco vale la candela (è proprio il caso di dirlo), vuol dire che il posto in cui sei arrivato è davvero speciale. E non importa se, una volta tornato a casa, non riuscirai a parlarne come hanno fatto Louis Sepulveda e Bruce Chatwin, che con i loro scritti hanno conferito alla Patagonia una specie di aura sacra, più o meno come Chris McCandless ha fatto con l'Alaska. Perché la Patagonia è magia, e le parole, una volta tanto, servono a poco.

In qualunque direzioni ci si sposti, in questa terra divisa geograficamente tra l'Argentina e il Cile troverete steppe, paludi, grandi laghi e ghiacciai. Al contrario di quello che si potrebbe credere non fa molto freddo, in genere il termometro non scende sotto i 10 gradi, ma c'è molto vento e le distanze tra un luogo e l'altro sono enormi. Noi le abbiamo coperte grazie a un 4x4 un po' sbilenco da un lato, che ci ha scarrozzato per più di mille chilometri sulla Ruta 40, la carretera che taglia longitudinalmente la Patagonia argentina dalla provincia di Santa Cruz, a sud, a quella del Jujuy, al confine con il Paraguay.

Siamo arrivati a El Calafate, una delle mete turistiche della Patagonia Argentina, con un volo di tre ore partito da Buenos Aires. Questo paesino di 15 mila anime, che prende il nome da un arbusto locale, accoglie ogni anno più di 50 mila turisti avventurieri ed è la porta d'ingresso al Parco nazionale Los Glaciares, dove si trova una delle più incredibili attrazioni naturalistiche della Terra: il Perito Moreno, la star di tutti i ghiacciai della Patagonia. 250 chilometri quadrati di iceberg in perenne movimento, che quando raggiunge la costa opposta del Lago Argentino forma uno spettacolare ponte di ghiaccio che si spezza e si riforma pochissime volte l'anno.

Quando ti sposti da El Calafate, sia che tu vada a nord che a sud, la sensazione poco gradevole è di trovarsi in un posto troppo grande con troppo pochi abitanti ad occuparlo, poco meno di 2 milioni su una superficie che è tre volte quella dell'Italia. Siamo stati fortunati ad avere Gabriel alla guida del nostro 4X4, un ragazzo argentino che conosceva le montagne e le steppe della Patagonia come le sue tasche. È lui che ci ha condotti in Bahia Bustamante prima, con le sue colonie di leoni marini e pinguini di Magellano, poi in un luogo che nessuno di noi dimenticherà mai, la Cueva de las Manos.

Più che i ghiacciai, le grandi paludi e le strade lunghissime, è stata questa caverna, a 160 chilometri a sud della città di Perito Moreno, ad aver segnato il mio viaggio. Al suo interno, sulle pareti, ci sono decine di piccole mani disegnate. Se non fosse che si tratta di un Patrimonio mondiale dell'Unesco verrebbe da pensare che poco prima di te è passato un gruppo di ragazzini che si è divertito a usare stencil e bombolette, ma non è così. Le mani sono quelle degli indigeni vissuti in queste zone tra i 9 mila e i 13 mila anni fa, che in quella caverna hanno lasciato la loro traccia, forse come testimonianza di un rito di passaggio dall'età infantile a quella adulta. Probabilmente, all'epoca, la Patagonia non era molto diversa da com'è oggi. Ed è giusto così.

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