Il bar dell'albergo: interno sera con bambino

07 luglio 2011 
<p>Il bar dell'albergo: interno sera con bambino</p>

A tarda sera, lo spettacolo nei bar d'albergo è sempre lo stesso: professionisti giovani e vecchi, le facce stanche di lavoro e di viaggio, che cullano i loro drink notturni dopo una giornata di incontri e conferenze.

Ma per me, questa volta, è tutt'un'altra cosa. Sono seduto qui, come sempre in disparte, ma la mia compagnia e i miei obiettivi erano diversi: devo leggere Panda, panda, cosa vedi? a Max.

«Gira pagina» - dico, cercando sconsolato qualche segno di fatica senza trovarne alcuno. Max mi guarda con gli occhi sbarrati, poi strilla tutto eccitato.

«Vedo un cavallo blu che mi guarda» - sussurro quieto, nonostante Max guardi incantato la torre di bottiglie alle mie spalle, e le due cameriere-acrobate che volteggiano senza sforzo per servire il vino agli ospiti.

È la fine del nostro secondo giorno a Zurigo: una sosta inaspettata. Il nostro bagaglio è arrivato solo stamattina, e io e Jana - mia moglie - abbiamo deciso di concederci un altro giorno di riposo prima della traversata di 7 ore in auto verso la Toscana.

Dopo una tranquilla giornata da turisti, siamo rientrati in albergo piuttosto presto, curiosi di vedere se l'orologio biologico di Max avesse superato le sette ore di fuso orario. E quando s'è addormentato - alle 20 e 30 - ci siamo scambiati un rapido sguardo di congratulazioni per poi crollare anche noi. Esausti.

Peccato che, pochi minuti dopo le dieci, Max si è svegliato. E non svegliato come uno che deve fare il ruttino, no: svegliato come se l'orologio del suo corpo gli avesse ricordato che erano solo le 3 del pomeriggio. L'ora di giocare.

Così abbiamo giocato.

E giocato.

E giocato.

Alle undici, giocattoli e libri erano tutti sparpagliati in giro per la nostra stanza: un percorso a ostacoli di tentativi inutili per smaltire l'energia di Max.

A mezzanotte, Max era a pancia in giù in mezzo al nostro letto, cercando disperatamente di spingersi in avanti, verso quella che sarebbe stata la sua prima volta a gattoni. (C'era quasi!).

All'una ogni speranza di addormentamento era ormai vana, così mi sono avviato verso la hall dell'albergo. Spingendo il passeggino ho attraversato l'atrio - gigantesco - per accomodarci a un tavolo che permettesse di sorvegliare lo scenario esplosivo.

Mi sono messo Max in grembo, e solo allora mi sono accorto che i nostri pantaloni del pigiama si intonavano (un dettaglio per cui il cameriere si è poi assai complimentato).

All'una e mezza finisco il mio quarto caffè (dec), leggendo per la settima volta del panda. «Maestro, maestro, cosa vedi?» dico a Max. Il suo viso si illumina: Jana è appena uscita dall'ascensore di cristallo. «Vedo bambini che mi guardano» - proseguo, mentre Jana ci raggiungeva al tavolo.

Max guarda, poi guarda Jana, poi comincia aridere e a dare calci coi piedini.

La miglior serata al bar di sempre.

 

The late-night, hotel bar scene is always the same. Young and old professionals, their faces tired from work and travel, cradling their drinks at 1 a.m. after a day of meetings and conferences.

For me, it was different this time.

I sat there, in my familiar seat, at the back of the bar, only this time, my company and purpose were different: I was reading "Brown Bear, Brown Bear, What Do You See?" to Max.

"Turn the page," I said, searching plaintively for any signs of fatigue but finding none. Max looked up at me, his eyes wide, and shrieked excitedly.

"I see a blue horse looking at me," I whispered quietly, though Max fixed his gaze beyond me, to the massive glass wine tower bar and its two female aerialists, floating effortlessly as they retrieved wine bottles for guests.

It's the end of our second day in Zurich, an unexpected layover, yet our luggage had arrived only that morning and Jana and I decided we could benefit from an extra rest day before our 7-hour drive to Tuscany.

After a leisurely day sightseeing in Zurich, we headed back to our hotel in the early evening, curious to see whether Max's body clock had transitioned to the seven-hour time change. When he fell asleep by 8:30 p.m., Jana and I exchanged a congratulatory look and soon joined him. We were exhausted.

A few minutes past 10 p.m., Max was awake. Not awake as in needing a burp, but awake as in his body clock said it was only 3 p.m. and it was time to play.

So we played.

And we played.

And we played.

By 11 p.m., toys and books were scattered around our room, an obstacle course of diversions that did little to sap Max's energy.

By midnight, Max was belly-down in the middle of our bed, struggling to propel himself forward in what would be his first-ever crawl (so close).

By 1 a.m., sleep was futile, so I headed to the lobby, pushing Max in his stroller as we weaved our way through the hotel's massive atrium lobby bar, settling at a table that allowed us to survey the bustling scene. As I place Max on my lap, only then did I realize that our sleep pants matched (a detail that our server would later compliment).

By 1:30 a.m., I had finished my fourth decaf coffee, and Max and I were on our seventh reading of Brown Bear.

"Teacher, teacher, what do you see?" I said to Max, whose face lit up as he saw Jana approach from the glass elevator.

"I see children looking at me," I said, as Jana joined us at the table.

Max looked up at me and over at Jana and began kicking his feet and laughing.

Best bar night ever.


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