Alla conquista del west

18 luglio 2011 

Dopo giorni sulla Route 66, d'istinto svoltiamo verso Oatman. Il navigatore dice che ci vogliono due ore. Sembra troppo. Ma appena usciti dalla highway, il sole va giù e comincia un'ora di strada nel buio più nero senza sapere cosa c'è di qua, senza sapere cosa c'è di là. La sola traccia è una pallida riga di mezzeria che si perde nella polvere. Chissà dove finiremo. E quando.

Così, dopo aver schivato una decina di topi di campagna, dopo un cartello in legno vecchio che indica Oatman fra mezz'ora ma sembra uno scherzo, approdiamo in una piazzetta. Non sono ancora le nove, ma tutto dorme. I negozi, uno in fila all'altro come cartoline in una bacheca, parlano di vecchio west: botteghe impolverate e immobili che sembrano superstiti dopo una sparatoria, e le vetrine piene di carabattole. Cerchiamo l'hotel, l'unico di cui parla la guida. Eccolo. Chiuso.

Di tornare indietro non se ne parla. La prospettiva di passare la notte in macchina sta diventando concreta. Tutto è statico e irreale, quasi fosse un fermo immagine. Tranne il saloon, che sta chiudendo. Matteo va in cerca di un'anima viva, io aspetto in macchina cercando di prepararmi a una notte nella città fantasma, quando un vero yankee - sui sessant'anni con baffi candidi e scarponi da lavoratore - si materializza sulla porta del saloon e ci dice: «Cercate un posto per dormire, vero?»

Salta fuori che c'è una possibilità: una villa. Costa cento dollari, cinquanta se ci va bene. Non dobbiamo neppure incrociare gli sguardi per sapere che la risposta è sì. Jim, il nostro nuovo amico, riapre il saloon: l'ubriacone biondo appena uscito rientra, e noi ci troviamo al bancone di fronte a due pinte che diventeranno presto quattro.

Lui intanto è partito a raccontarci di storie di: a) fantasmi di uomini ingiustamente impiccati che non hanno mai lasciato la città, b) minatori e febbre dell'oro, c) gare di uova fritte sotto il sole a mezzogiorno, d) Clark Gable in luna di miele nel nostro non hotel nel 1939.

Ascoltiamo a lungo, poi Jim ci accompagna e ci mostra la casa: due camere da letto, salotto con vista e una cucina con tutti i comfort. Solo: l'acqua dei rubinetti puzza terribilmente, per via delle miniere. Fa bene alla pelle, dice lui; sarà radioattiva, penso io.

La notte è stellata, Jim ci lascia e solo allora ci accorgiamo di non avere le chiavi. L'aria è ferma, eppure ricorda tanto quella di un phon tiepido. Così, fingendo un sangue freddo che ci manca, ci addormentiamo col coltello sul comodino, mentre la paura passa insieme alla notte.

Benvenuti a Oatman, Arizona. Mecca dei cercatori d'oro fino a sessant'anni fa, oggi conta poco più di cento (stranissimi) abitanti, ripartiti fra roulotte con veranda per godersi il bollore della sera e baracche di latta pittate pastello con le tende alle finestre. E con almeno un cactus gigante, un fucile e un paio di coyote pro capite.

Location di Alla conquista del West ma molto simile alle atmosfere di Baghdad Café, Oatman è un innesto di ricordi Hollywoodiani, cercatori di fortuna (due sono le miniere attive) e gite turistiche. Che però durano il tempo di una finta sparatoria, un hamburger nell'unico ristorante e un po' di shopping in empori dove pascolano indisturbati i burros, gli asini nani rimasti dai tempi dell'oro. Al tramonto, complice l'assenza di alloggi, il chiasso si dilegua, e in città spuntano minatori e consorti che scolano birra e whisky come fossero in riviera.

Le attrazioni non sono molte, ma assolutamente all'altezza: dalla vecchia prigione con ruderi di un patibolo (tanto finto quanto fotogenico), al villaggio hippie abbandonato in mezzo a una chiazza di sabbia iridescente per le sostanze chimiche usate per l'estrazione dell'oro. Fra un giro e l'altro ci tocca pure un faccia a faccia con un coyote in cerca di cibo. Non so chi, fra lui e me, fosse il più terrorizzato.

Il più serio di tutti è Jim: nonostante gli anni, ha mille progetti per il business. A cominciare dai tour sotterranei nella vecchia miniera di cui detiene non si sa come le chiavi, fino all'affitto a uso guesthouse di case abbandonate che ristruttura nel tempo libero.

E pur augurandogli la migliore delle fortune, il consiglio più saggio che si possa dare, a chi a Oatman non è ancora stato, è di farci un salto presto, prima che su tutta questa deliziosa follia scenda il cartello nero con scritto The End.

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RISULTATI

INTERESSANTI IN RETE

C. Mauriani 65 mesi fa

Molto interessante e originale. Diverso dai soliti articoli turistici che lasciano freddi. Sorveglierò il sito nella speranza di poter leggere ancora articoli di quest'autore.

Achates 65 mesi fa

An excellent and very refreshing travel article. The atmospheric detail is perfect. This author succeeds in presenting Oatman as an irresistible destination. Even I feel tempted, however little the place appeals to me. Well done This gifted lady would surely manage to sell ice to the Eskimos.

Ippi 65 mesi fa

e-mail corretto!

Ippi 65 mesi fa

Un racconto divertente e "pazzo" come l' autrice (che conosco un po'). Letteratura surreale e sognante... Follie, follie che disperdono i primi rai del dì (Macbeth). (copy)

walt whitman 65 mesi fa

Bello. Dovresti lavorare per la lonely che attualmente è pallosissima.

desert lover 65 mesi fa

Bellissimo racconto. Ce ne vorrebbero di più di storie come questa, fuori dagli schemi e dai soliti tragitti turistici. Mi ha dato la sensazione di essere lì.

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