L'abbraccio di ischia

20 giugno 2011 
<p>L'abbraccio di ischia</p>

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Il motore diesel da sette cavalli, entrobordo, spostava la barca da pesca a passo di carro su sentiero. Il mare dell'alba era ancora chiuso. La prua spartiva in due ciuffi la superficie, lasciandosi dietro uno strascico bianco. Nicola, il pescatore, immorsava le esche agli ami, lasciando a me il timone e il compito di puntare un traguardo invisibile, che lui correggeva voltandosi indietro, scrutando punti di riferimento della terra che si allontanava. Dalla spiaggia dei pescatori del rione Ponte dell'isola d'Ischiai puntavamo a sud verso la secca che stava al largo di Capri. Aggiravamo l'istmo del Castello Aragonese e prendevamo il mare spalancato. Ci lasciavamo dietro la baia, con gli scogli di Sant'Anna.

È il posto del sud e del mondo che meglio conservo nei sensi. L'isola nell'alba era chiusa nel sonno e nell'ombra, il sole non era ancora salito sul fianco sinistro della barca. Il diesel scoppiettava nel fitto silenzio assorbente. Al rientro verso mezzogiorno la baia di Sant'Anna era larga di luce e macchiata d'imbarcazioni di ricchi in vacanza. Il maestrale si era ben avviato e dava spinte di fianco al legno di faggio della barca da pesca. In piedi col timone tra le caviglie, reggevo l'equilibrio e la rotta di ritorno. A ridosso dell'isola il pescatore riprendeva il timone e io tornavo a essere il suo ospite. Gli scogli di Sant'Anna dove mi scaricava, erano la mia piscina. La sommità era il mio trampolino. Era l'età in cui sono stato ragazzo per tre mesi all'anno a contrasto dei nove insaccati nei vicoli della città più densa d'Europa.

L'isola d'Ischia era la stagione della libertà e coincideva con un callo sotto la pianta scalza del piede e con il colore di cuoio della pelle mutata come quella del serpente. Al rientro dalle ore di pesca la baia dello sbarco era il migliore abbraccio in cui tuffarsi. Sta ancora là e chissà chi sta abbracciando adesso.

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